Se qualcuno pensava che rimanesse lettera morta, sembra proprio che debba ricredersi. Ci riferiamo alla legge 22 del febbraio 2025 riguardante l’introduzione e lo sviluppo delle competenze non cognitive e trasversali nei percorsi delle Istituzioni scolastiche e, in generale, in tutti i Centri educativi-formativi. Infatti un decreto del Ministero dell’Istruzione (e del Merito) del 15 gennaio ha avviato le procedure per una fase sperimentale relativa all’“insegnamento” di competenze non cognitive e trasversali.
Ma quali sono queste competenze non cognitive trasversali così indispensabili? Secondo gli esperti si tratta di quelle “risorse” (“life skill”) che aiutano, anzi, che rendono l’individuo capace di far fronte efficacemente alle richieste e alle sfide di tutti i giorni: autocontrollo, benessere, resilienza, mentalità aperta, capacità critica, intelligenza sociale, disponibilità alla cooperazione e alla risoluzione pacifica dei conflitti, solidarietà di gruppo e molte altre ancora. L’obiettivo è quindi di colmare l’analfabetismo socio-emotivo presente tra i ragazzi e acuito dai social.
Quale via si prenderà per arrivare a questo importante risultato? Si opterà per una nuova materia inserita nel piano di studi (“Competenze non cognitive trasversali”), con tanto di docente ad hoc abilitato a valutare ed eventualmente rimandare, oppure si preferirà prendere uno o più docenti curricolari e prepararli – attraverso i soliti, lunghi, stancanti e non sempre efficaci corsi on-line – a insegnare, in più classi, attraverso un certo numero di moduli didattici, le “indispensabili” competenze non cognitive trasversali? Si attiveranno laboratori pomeridiani con personale specializzato esterno o si preferirà, come per l’educazione alla cittadinanza, “disperdere” confusamente questa disciplina particolare tra i vari docenti di materia?
Questi, dopo una doverosa, breve, frettolosa e magari non necessaria formazione on-line, dovranno riservare parte delle loro unità didattiche non solo all’educazione civica ma anche alle competenze non cognitive. Forse rimarranno indietro col programma, ma non importa: ormai non esiste neanche più un vero programma da seguire, solo indicazioni nazionali.
Quale via si sceglierà dunque per insegnare le competenze non cognitive? Nulla è ancora ben definito (o forse è lo scrivente che non lo sa). Comunque sia, tale iniziativa è certamente lodabile e apprezzabile, per una scuola al passo coi tempi, ma lascia spazio a qualche perplessità – almeno una – sulla sua reale necessità.
Certo, è un ritornello antico: la scuola non è solo trasmissione di dati, ma ben altro. È strumento di crescita, inclusione e adesione sociale, luogo di acquisizione di competenze ma anche di formazione ed educazione della persona, strumento di apertura al mondo; deve puntare a uno sviluppo armonico e integrale della persona, migliorare il successo formativo e prevenire analfabetismi funzionali, povertà educativa e dispersione scolastica. Quante belle parole, quando poi le risorse economiche mancano, le strutture non sono adeguate e il personale è quasi sempre insufficiente.
Molteplici, dunque, sono gli obiettivi della scuola. Nonostante tutto, però, siamo convinti – sarà l’età o una certa “sclerosi” mentale – che gran parte, se non tutte, di queste finalità possano ancora essere raggiunte pienamente affidandoci a modelli “antichi” (eppure sempre “giovani”). Riteniamo infatti che ogni materia di ogni corso scolastico, se svolta bene, non solo trasmetta pensieri, idee, emozioni e anche freddi ma indispensabili dati, ma abbia in sé molte valenze educative (comprese l’educazione alla cittadinanza e le competenze non cognitive trasversali) che consentono ai giovani – occorre però da parte loro un minimo di impegno – di raggiungere quei traguardi formativi indispensabili per una formazione completa e integrale, che li renda persone mature, serie, preparate e responsabili, positive, costruttive e solidali nella nostra “imperfetta” società.
Insomma, ci chiediamo se sia proprio indispensabile introdurre questa “materia non materia” delle competenze non cognitive (così come dell’educazione alla cittadinanza) e non dare fiducia, invece, ai docenti – magari offrendo loro qualche aggiornamento, minimo aggiornamento – e alle loro materie curricolari. Anche perché sovraccaricare la scuola di progetti sociali potrebbe portare a marginalizzare o svalutare le singole discipline che, per quanto si dica, sono fondamentali in qualsiasi percorso formativo.
Inoltre non vorremmo che le scuole si trasformassero, neanche troppo lentamente, solo in centri sociali di aggregazione (realtà necessarie ed elogiabili per il ruolo che svolgono, sia ben chiaro) e perdessero di vista conoscenze, competenze e capacità. Se così accadesse, si potrebbero ancora chiamare scuole?
Ma queste sono perplessità di un docente datato, ormai anacronistico e, per natura, sempre un po’ diffidente (forse è un difetto) verso le “evoluzioni” – a volte “rivoluzioni” – scolastiche, anche quelle ben guidate (ma ciò, siamo sinceri, capita raramente).
Pragmaticamente, però, non resta che prendere atto dei “mille” progetti di cambiamento avviati, delle nuove proposte scolastiche presentate e delle “mille” riforme attuate (ne vedremo poi gli effetti). Sono indispensabili, sembra, per rispondere alle istanze della società. Ma è la scuola che fa la società o il contrario? Quale deve essere il rapporto scuola-società? Sarebbero temi su cui discutere.
Sì, sono indispensabili. Non resta che sperare in un loro pieno successo. O no?