Oggi, 27 gennaio, si celebra la Giornata della Memoria, una ricorrenza civile dedicata al ricordo delle vittime della Shoah e delle persecuzioni nazifasciste. Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara è intervenuto sul tema al Quirinale. Ecco il suo discorso:
“Davanti a quella ferita della coscienza collettiva che rievochiamo oggi, vi è un rischio: che il Giorno della Memoria si riduca involontariamente a una ritualità della memoria. Intendiamoci: i riti sono importantissimi, contribuiscono a definire simbolicamente la vita dell’essere umano. E la tragedia unica della Shoah, strappo dentro la trama, pur accidentata, della storia, precipizio nell’orrore assoluto — più giù di così non si può andare, condizione umana più misera non c’è, non è pensabile, scriveva Primo Levi — la tragedia unica della Shoah è e deve sempre essere simbolo di ciò che non può mai più accadere.
Eppure la memoria eccede la sua pur imprescindibile simbologia; la memoria, come in questo caso, deve essere anche sostanza e immanente concretezza. L’idea di memoria, insomma, svolge la funzione propria della storia: una funzione esemplare e maieutica che trova nel racconto la sua realizzazione. Per questo ho trovato assolutamente cruciale il tema con cui si è voluto affrontare la giornata quest’anno: ‘La memoria delle fonti e dei documenti tra cultura, storia e vita’. Perché se la memoria deve essere un percorso mai interrotto, una pratica vivente, non un rito fine a se stesso, la dimensione della documentazione, della condivisione dell’immagine dell’orrore diventa fondamentale.
Quel nesso tra cultura, storia e vita è il racconto: è una facoltà fondamentale dell’umano, permette di rendere l’esperienza altrui la tua esperienza presente, reale, innegabile, qui e ora. L’orrore, per farsi consapevolezza, deve essere raccontato. È quello che capì in diretta il generale Dwight Eisenhower varcando la soglia del campo di concentramento di Ohrdruf, sottocampo di Buchenwald, quando disse ai suoi uomini che si abbia il massimo della documentazione possibile: registrazioni filmate, fotografie, testimonianze. Perché arriverà un giorno in cui qualcuno si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo.
È successo; non deve succedere mai più. Non è solo un imperativo etico; è un appello esistenziale che sgorga da ogni foto, da ogni fotogramma, da ogni sillaba di ogni testimonianza di sopravvissuto. Lo senti risuonare distintamente ogni volta che metti piede in quell’inferno realizzato, organizzato, scientifico che è stato Auschwitz. Si è fatto pochi giorni fa con un gruppo di nostri studenti che si sono immersi in quel luogo che in ogni angolo racconta la tragedia, trasformandola in ricordo che non ti abbandonerà mai più. Non c’è storia senza la responsabilità di essa, ed è per questo che al Ministero dell’Istruzione e del Merito è esposta una targa in memoria degli studenti espulsi dalla scuola italiana in quanto ebrei.
Ma se la memoria vuole essere autenticamente viva, non può non farsi anche guardiana del presente. È per questo che, se non dobbiamo mai dimenticare quanto è successo, se dobbiamo sempre rinnovare la condanna dell’aberrazione dei campi di sterminio, delle leggi razziali naziste e fasciste e dell’ideologia che li ha generati, non possiamo nemmeno trascurare l’evidenza di un antisemitismo sempre più palese anche e soprattutto nel continente europeo.
Si rintraccia, ad esempio, quando si confondono le azioni di un governo con le responsabilità di un intero popolo, quando si attribuiscono al popolo ebraico stereotipi che richiamano esplicitamente quelli della propaganda nazista, quando si pretende di cacciare dalla terra di Israele un’intera comunità. Abbiamo imparato tanto in questi ottant’anni: non facciamo che sia stato tutto inutile. Se la memoria deve essere racconto vivificato, rinnovato ed esperienziale, deve essere anche costantemente aggiornata.
Deve saper fare i conti con la realtà del presente per dare corpo a questa necessità esistenziale, per farne non un’astratta dichiarazione di principio ma la concretezza quotidiana della nostra convivenza civile e democratica. Sono fermamente convinto che gli interpreti migliori siano le nostre ragazze e i nostri ragazzi. Sono loro che possono rinnovare quella capacità di trasformare la documentazione sempre ancora in esperienza vissuta e condivisa. È grazie a questa capacità che l’umanità potrà salvarsi dalla ripetizione di orrori che devono saper sempre inquietare la coscienza dell’essere umano.
“Se fosse vero sarebbe un errore, perché parlare della Shoah, ricordare quello che è successo 81 anni fa, è fondamentale per la nostra democrazia”. Così il ministro Valditara a commento di un dato riportato da La Stampa sul minore interesse delle scuole riguardo la Shoah dopo l’inizio del conflitto a Gaza, parlando a margine della visita in una scuola di Corvetto a Milano.
“La democrazia non si fonda sulla religione o sul colore della pelle, la democrazia presuppone il rispetto verso chiunque, verso qualsiasi popolo, verso qualsiasi religione, la democrazia presuppone soprattutto la memoria”, ha proseguito Valditara. “Sono stati sterminati milioni di bambini, di donne, di anziani, di giovani, di uomini che non avevano nessuna colpa. Si è realizzata una dittatura che ha fatto della razza il termine per discriminare l’essere umano. E come possiamo dimenticare tutto questo? Sono stato l’altro giorno a Cracovia, ho incontrato questi ragazzi che erano stati in visita ad Auschwitz”.
“Ho anche parlato di alcune parole simbolo, i segni per esempio, i suoni, i suoni di questi deportati nei carri bestiame, i suoni di una mamma che si preoccupava del bambino piccolo, i suoni della paglia che veniva spostata per poter dormire un poco meglio, il silenzio di quando ci si avviava alla camera a gas, anche il silenzio era un suono. Tutto questo deve ancora rimbombarci nella mente proprio per far sì che nulla di tutto questo possa mai più tornare”, ha concluso.
L’intellettuale Moni Ovadia, per Palumbo Editore, ha proposto una profonda riflessione sull’evoluzione del 27 gennaio, suggerendo di trasformare questa ricorrenza in un plurale “Giorno delle Memorie”. Ovadia spiega che, sebbene l’istituzione della giornata sia nata per commemorare la Shoah, negli anni lo spettro si è giustamente allargato a tutte le vittime del nazi-fascismo — inclusi Rom, Sinti, omosessuali e oppositori politici — poiché la memoria è il fondamento decisivo dell’identità individuale e collettiva: senza di essa, non sappiamo chi siamo né da dove veniamo.
Il discorso non si limita al passato, ma analizza la “mala pianta” dell’intolleranza che ha continuato a produrre frutti tossici dopo il 1945, citando i genocidi in Cambogia, Ruanda, ex Jugoslavia e le sofferenze di popoli come quello palestinese, birmano o tibetano. Secondo Ovadia, la Shoah deve fungere da paradigma universale per opporsi a ogni forma di oppressione e segregazione, ricordandoci che, nonostante le diversità culturali, apparteniamo tutti a un unico ceppo umano originatosi in Africa. La memoria, dunque, non deve essere uno stereotipo statico, ma un progetto di vita quotidiano volto a costruire un’umanità di pace, giustizia sociale e uguaglianza.