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Giovani, quale lavoro post maturità? Chiedono stipendio buono, tempo libero, no mestieri pratici o come i genitori. All’Università 2 su 3

In prevalenza gli studenti diplomandi italiani si proiettano al “dopo” maturità con tante incertezze, ma anche convinti di non volere svolgere nella loro vita il lavoro dei genitori. E neanche i mestieri tecnico-pratici. In compenso, due su tre pensano all’università come un contesto formativo che gli garantisca un futuro migliore. Di fondo, è ormai sociologicamente noto, quando guardano al futuro mostrano anche una certa dose di sfiducia e preoccupazione. I dati giungono dall’ultima edizione dell’Osservatorio “Dopo il diploma“, promosso dal Centro Nazionale Orientamento di Elis, ente non profit specializzato in attività di orientamento, formazione e innovazione tecnologica. Dallo studio, svolto in collaborazione con Skuola.net, ha coinvolto un campione di circa 1.500 alunni delle scuole superiori italiane, interpellati per captare le loro sensazioni sul dopo-diploma.

In premessa, c’è da dire che la ricerca ha evidenziato che circa 2 studenti su 3 (66,8%) oggi si dichiarano “del tutto” (30,5%) o “abbastanza” (36,3%) orientati: rispetto al dato rilevato nel 2022, quando questa risposta fu fornita dal 45% degli studenti intervistati, nell’ultimo triennio sembrerebbe quindi essere prevalsa maggiore chiarezza di idee sul proprio futuro.

Sull’orientamento svolto dalle scuole superiori, però, continuano ad esserci problemi: se un 43,6% degli studenti giudica “molto o abbastanza utili” i percorsi post diploma proposti dalla scuola, un altro 56,4% li boccia come “poco o per nulla utili”.

Ma veniamo al dopo-diploma. Ebbene, alla base c’è un 85,5% di studenti intervistati che dice di conoscere “molto” e “abbastanza” bene il lavoro dei propri genitori o adulti di riferimento, ma solo il 13,6% mostra la volontà di seguire le orme professionali di mamma e papà. I motivi? Svariati. c’è chi sostiene che non è portato (21,2%), chi trova il lavoro dei genitori socialmente poco prestigioso (10,4%), o poco remunerativo (9,2%) o poco flessibile e poco conciliabile con il tempo libero (insieme fanno il 12%).

Dallo studio è anche emerso un dato preoccupante: ben il 43,3% dei 1.500 giovani studenti interpellati si è detto “completamente” o “tendenzialmente” sfiduciato per il proprio futuro.

Qualche certezza, per la maggior parte, però sembra esserci: oltre la metà vorrebbe svolgere una professione che gli permetta di coltivare le proprie passioni (56,9%), di portare a casa un buono stipendio (52%) e di trovare un buon bilanciamento tra lavoro e vita privata (50,7%).
C’è poi il 67% che dichiara di volere iscriversi all’Università, mentre nel 2022 erano appena il 51%. Dunque, l’interesse cresce non solo per gli atenei che offrono un’offerta formativa di tipo telematico, le cui iscrizioni sono arrivate complessivamente alla cifra record di 300mila.

In assoluto, quindi, due su tre intendono proseguire gli studi, almeno ci proveranno: un dato, in crescita, che fa ben sperare, considerando che l’Italia in fatto di iscrizioni accademiche è ritardo rispetto alla media dell’Unione europea di circa 10 punti percentuali.

A questo proposito, va anche ricordato che in Italia i dati aggiornati ci dicono che ad oggi appena il 22% della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha conseguito un titolo di studio di tipo universitario, contro la media del 42% nei Paesi industrializzati.

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