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Aggiornato il 08.07.2025
alle 13:30

Gli adolescenti non sono disinteressati e indifferenti. Al contrario, esigono considerazione dai loro adulti di riferimento

È l’età adulta l’unica a contare nella vita? Quella che va, grosso modo, dall’ingresso nella vita attiva fino alla pensione? E se sì, le tappe precedenti – infanzia e adolescenza – sarebbero da considerarsi semplicemente delle età preparatorie all’unica veramente importante?

La questione se la sono posta due sociologhe e docenti all’Università della Calabria, nel volume “Prendere parte. Adolescenti e vita pubblica”, edito da Donzelli.

Come riportato dal quotidiano Avvenire, le due studiose ritengono che il primo ostacolo da superare quando ci si appresta a studiare l’universo adolescenziale, sia lo sguardo adultocentrico, che tende a riconoscere come pieno, maturo, consolidato solo ciò che accade nella vita adulta, mentre quello che viene prima costituirebbe una fase di allenamento e preparazione, un deficit originario da colmare. C’è, invece, un presente dell’adolescenza che ha valore in sé.

Questo valore dell’adolescenza come tempo presente a pieno titolo e non soltanto preparatorio, lo si può scoprire e apprezzare soltanto parlando con i diretti interessati, gli adolescenti, ai quali va riconosciuto uno spazio autonomo nella ricerca sociale.

Altri cliché da decostruire sono quelli creati proprio dal mondo degli adulti, dei loro adulti di riferimento – famiglie e insegnanti – che considerano gli adolescenti indifferenti e disinteressati verso le questioni che riguardano la vita degli altri, la società, il mondo, con il cervello obnubilato dal continuo utilizzo di dispositivi digitali e dagli stimoli di un mercato che li tratta come consumatori compulsivi, facilmente influenzabili, incapaci di farsi portatori di nuove vie e ripiegati su se stessi.

Ma lo studio delle due docenti, che ha coinvolto un campione di oltre 1300 adolescenti tra i 14 e i 17 anni, sembrerebbe dimostrare il contrario: sono gli adulti – sempre genitori e insegnanti sul banco degli imputati – che li sottovalutano, non danno loro la possibilità di esprimersi, mentre gli adolescenti interpellati nella ricerca vorrebbero essere presi sul serio dagli adulti che frequentano nella vita di tutti i giorni.

Per quanto riguarda l’educazione alla cittadinanza, compito assegnato prioritariamente alla scuola, è dagli insegnanti che gli adolescenti si aspettano di essere formati per decifrare la contemporaneità e non solo il passato, acquisendo conoscenze e abilità per esprimere la propria voce e contribuire al miglioramento della società. Dalla ricerca emerge che è proprio la scuola il principale contesto che i ragazzi e le ragazze vorrebbero cambiare con le loro proposte.

Gli adolescenti, inoltre, sono sensibili – sostengono le ricercatrici – verso questioni sociali come l’ambiente, le migrazioni, le discriminazioni di genere, spesso oggetto di dibattito pubblico, e sono emotivamente sollecitati da ciò che avviene nella realtà in cui vivono. Benché molti temi non siano parte del loro vissuto personale, esprimono una vicinanza empatica alle sofferenze altrui. Partecipare a discussioni sui social network e utilizzare l’identità social per condividere un’opinione sono le modalità utilizzate più di frequente e con maggiore intensità nello spazio dell’impegno civico.

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