Ha certamente ragione la Corte di Cassazione nell’affermare (ordinanza n. 10586 del 10 maggio) “che gli esiti finali degli studenti non possono configurarsi come esiti imprevedibili (una sorpresa), devono essere il risultato di un percorso trasparente e le famiglie devono esserne avvisate (soprattutto se è concreta la possibilità di un esito finale negativo) prima degli scrutini”.
In generale si tratta di una prassi regolarmente seguita, se consideriamo tutto il tempo (spesso non fruttuoso) dedicato al rapporto con le famiglie durante l’intero arco dell’anno scolastico. Anche se, è bene precisarlo, gli studenti hanno quasi sempre precisa contezza (benché spesso si “inventino” di essere all’oscuro di tutto) della loro “posizione” scolastica (il rapporto con i docenti è costante) e i genitori (sia quelli che sbirciano di tanto in tanto il registro elettronico sia coloro che presidiano la scuola notte e giorno per parlare o litigare con i docenti) hanno un quadro ben chiaro della situazione dei loro pargoli.
E come poter controbattere, poi, la sentenza del Tribunale di Modena che nega ai docenti la possibilità di assegnare un tre sul registro elettronico (come è accaduto) a coloro che non si presentano alle verifiche? Forse i giovani sono veramente ammalati (sindrome delle verifiche) o, a pensar male…, fanno semplicemente i “furbi” (magari con la complicità, cosciente o no, dei genitori) per ottenere qualcosa: rimandare il compito, informarsi dai compagni sugli argomenti della verifica, magari riuscire a “saltarla” o recuperarla alle loro condizioni, possibilmente con un recupero agevolato. Potrebbe essere strategia o coincidenza sfortunata.
Comunque il Tribunale (e il preside di quella scuola in cui è avvenuto il fatto) sono stati chiari: “Non si può confondere un comportamento sbagliato con il rendimento”.
Dobbiamo stare molto attenti ad agire, pensare bene prima di decidere e, nel frattempo, vigilare molto (come fossimo dei “vigilantes”). Sì, perché è stato messo nero su bianco: la vigilanza del docente non si limita solo alla classe. I docenti devono continuamente sorvegliare gli allievi (per evitare la “colpa in vigilando”), non solo in classe, ma anche nei corridoi e nei bagni. Proprio così, anche nei bagni (i bidelli sono solo “assistenti”), anche se a un allievo è permesso di andare in bagno (è doveroso concederglielo; se poi dovesse stare male in classe?) durante la lezione.
Perfino in questo caso (così affermano gli esperti), la responsabilità, qualora accadesse qualche incidente al ragazzo uscito dalla classe, è di quel docente che, concentrato in quel momento a svolgere la sua lezione, ha concesso all’allievo (non siamo macchine) di uscire per andare ai servizi.
Vigiliamo, vigiliamo!
Tempi duri per i docenti, impegnati a non scontentare nessuno o ad accontentare tutti (alunni, famiglie, dirigenti, segretari e bidelli), costretti a fare corsi di “comunicazione” per entrare in empatia con questi ragazzi e ragazze così fragili (moltissimi giovani sono deboli, è vero, ma non sono tanti quanto si vorrebbe far credere), “invitati” ad ascoltare psicologi e altre “simili figure” per apprendere come parlare ai ragazzi di oggi (conta così poco la loro esperienza viva, vera, quotidiana, il loro stare ore e ore a contatto con i ragazzi, il loro “lottare sul campo”?), “buttati” in un vasto mare (sempre più vasto nonostante la tecnologia) di incombenze burocratiche (se poi, per il dimensionamento, le segreterie vengono “snellite”…).
Tempi difficili per i docenti che vedono perdere ogni anno “qualcosa” del loro ruolo, della loro dignità, dell’importanza educativa (eppure tutti concordano nel ritenere la scuola il perno, l’anima della società), dell’autorità (un minimo di autorità deve essere riconosciuta ai docenti, a prescindere dall’autorevolezza). Docenti dimidiati, depauperati, penalizzati, privati di strumenti e possibilità educative (a volte sottilmente “ridicolizzati”).
Siamo ancora docenti “a tutto tondo” o (non pochi lo pensano) tentano di mutarci (non tutti se ne sono accorti) in pseudo-psicologi, burocrati e babysitter o, peggio, in “servi”; servi non dello Stato (questo, invero, è sostanzialmente corretto), ma delle famiglie e dei loro fanciulli?
E il programma? E l’indispensabile azione istruttiva ed educativa attuata soprattutto attraverso l’insegnamento della materia? Questo, ormai, sembra secondario.
Probabilmente non sbagliano gli “intellettuali” (quelli “veri”) nell’affermare che “ai genitori interessa solo la promozione, fanno ricorso al T.A.R. e i docenti promuovono tutti per paura. Così la scuola non educa, si difende soltanto”.
Intanto le matricole universitarie sono sempre meno preparate ai test d’ingresso (dati del CISIA), il 44% degli studenti non capisce la matematica (e non solo) e la scuola arretra nonostante la fiducia delle famiglie (dati EURISPES). Molti sognano la “vecchia” scuola, rigida e severa, senza promozioni facili e senza possibilità, da parte delle famiglie, di andare a piangere dal TAR.
Ma sappiamo: è solo un sogno e i sogni muoiono all’alba (e quando si entra in classe).
Eh sì, attenzione: occorre fare attenzione nel muoversi, nel parlare, nell’agire. Lo spazio di manovra si riduce (anche la libertà d’insegnamento?) e i nemici crescono.
Forse i toni espressivi possono sembrare troppo pessimistici, drammatici, distopici? Forse. Ma…