Home I lettori ci scrivono Gli italiani non sanno più scrivere: un disastro che viene da lontano

Gli italiani non sanno più scrivere: un disastro che viene da lontano

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La recente e nota denuncia dei seicento docenti universitari che lamentano le gravi carenze degli studenti italiani nell’esposizione scritta non è certo un fulmine a ciel sereno, piuttosto una sorta di certificazione ufficiale di una condizione ben conosciuta da chiunque abbia a che vedere con elaborati – di qualsivoglia finalità e natura – opera di soggetti giovani e meno giovani.

Ora, per non limitarci a uno sterile “o tempora, o mores!”, dobbiamo necessariamente gettare uno sguardo indietro, oltre le nostre spalle. Ma poiché non intendiamo risalire ad Adamo ed Eva, né riteniamo possibile identificare una data precisa quale punto di partenza della presente situazione, facciamo semplicemente riferimento a una serie di fatti, che possiamo collocare storicamente a partire dagli scorsi anni ’80.

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E’ in quel torno di anni, ad esempio, che i docenti di Lettere cominciano ad emarginare dalle loro lezioni la buona prassi del tema in classe. Il “vecchio” tema in classe, che induceva alla riflessione, che l’insegnante faticosamente correggeva con sottolineature e note in margine, note che lo studente doveva comprendere e meditare per trarne profitto ed emendarsi, viene esiliato con disprezzo e lascia posto ad approcci testuali tanto pretenziosi quanto inefficaci a fornire capacità espressive. Chi scrive ricorda ancora l’ingresso trionfale nei manuali scolastici della teoria della comunicazione di Jakobson, e il brivido di entusiasmo di molti colleghi (per fortuna non tutti) ai quali non pareva vero di abbandonare la toga impolverata del retore ed indossare il bianco camice dello scienziato. Si cessò di far svolgere il tema in classe (il temino, come dicevano alcuni distorcendo la bocca con disprezzo) e in compenso si proponevano alle classi dei brani cui seguivano le seguenti richieste: “distingui il mittente dal destinatario”, “identifica la funzione predominante nel testo”, “riassumi il testo in cinquantasei parole”. Una intera generazione iniziò così, oltre che a non saper scrivere, a provare ribrezzo per la letteratura proposta con questa scientistica chiave di lettura.

Non molto tempo dopo, fece il suo ingresso a scuola il combinato disposto dell’informatica e delle verifiche a risposte multiple.

La struttura semplificata e insieme ramificata dei linguaggi informatici si sovrappose agli approcci effettuati in nome delle teorie linguistiche di marca slava o anglosassone, e la situazione peggiorò. Chi scrive ricorda benissimo un “formatore” inviato a scuola dall’Ufficio scolastico regionale – uomo in buona fede, infarcito di pedagogia di stampo deweyano, con lampi di fanatismo negli occhi – dichiarare a noi insegnanti riuniti in aula magna che nella scuola italiana vi era “troppo testo, troppo poco ipertesto”; e poi andarsene ilare e trionfante a diffondere il verbo altrove. Nessuno di noi carbonari amanti del vetusto tema in classe ebbe il coraggio di dirgli che l’ipertesto è la negazione della scrittura, poiché elimina i raccordi logico-sintattici, ara la consecutio temporum, annienta la coerenza interna del testo.  

Quanto alle risposte multiple, esse furono sotto certi aspetti una vera manna dal cielo. Per gli insegnanti, in quanto consentivano loro di correggere le verifiche in pochi minuti; per gli studenti, che in breve affinarono una serie di tecniche atte ad ottenere buoni voti con poca fatica (accenniamo ad una tra le tante: se il primo della classe tossicchia tre volte, la risposta esatta è evidentemente la terza della serie). Naturalmente questa prassi, evitando la fatica di argomentare personalmente una risposta al quesito, non giovava certo alla capacità di scrittura. Quasi consolante pensare, a questo punto, che ne rimaneva già poca.

Ora siamo qui a piangere insieme ai seicento universitari alle prese con le sgrammaticate tesi di laurea dei loro studenti, e a cercare una soluzione al problema. Il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, dal canto suo e da par suo, fa quello che può. Il che consiste, a giudicare dalle recenti iniziative, nell’alzare sempre di più l’asticella dei titoli di studio necessari per accedere alle professioni. Fra poco, come sappiamo, per lavorare con i bambini da 0 a 3 anni ci vorrà la laurea; abbiamo seri dubbi, però, che ciò di per sé produrrà un miglioramento.

Tanto tempo fa l’ortografia e la sintassi la insegnavano le maestre elementari che avevano soltanto il diploma, per di più conseguito al termine di un ciclo di studi di soli quattro anni. Ma, non si sa come, gli italiani sapevano scrivere.