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02.03.2026

Gli studenti devono alzarsi in piedi quando entra il docente, Raimo: “Abbiamo bisogno di questa autocelebrazione?”

Oggi, nel 2026, è giusto che gli alunni si alzino in piedi quando un docente arriva in classe? O è un segno “ipocrita” di un’autorità che, nel concreto non esiste più? A riflettere su questo tema è stato il docente Christian Raimo su Domani.

“Il professore entra in classe, tutti si alzano, un secondo di silenzio, un cenno del docente, e ci si risiede. Dieci, venti secondi in tutto. Un rituale talmente automatico da sembrare innocuo, persino affettuoso. Ma è davvero innocuo? La risposta breve è no. La risposta lunga richiede di ragionare su cosa succede ogni giorno dentro le aule italiane, su chi detiene il potere in quei luoghi, e su quale idea di educazione stiamo perpetuando ogni volta che ripetiamo gesti che non abbiamo mai scelto di compiere”, ha esordito Raimo.

Ecco alcuni stralci della sua riflessione: “La scuola eredita una micropenalità che riguarda tutto: la postura al banco, il modo di camminare nei corridoi, il silenzio durante le spiegazioni. E, naturalmente, il modo in cui ci si deve comportare quando entra un adulto con autorità. Ognuno di questi elementi non è neutro.

Ognuno dice qualcosa su chi comanda e chi obbedisce, su chi ha il diritto di parlare e chi deve stare in ascolto, su dove risiede l’autorità e come si manifesta. Compreso il tempo, lo spazio lasciato alla liberà della presa di parola e dei gesti.

La media del tempo in cui noi docenti parliamo in classe è di circa il 90 per cento, ai ragazzi è lasciato il 10. Quando l’asimmetria dei ruoli ricalca un’inutile gerarchia? Quanto diventa violenza simbolica? L’alzarsi in piedi è la sintesi visiva, corporea, di tutto questo: è la traduzione fisica di una gerarchia che non si discute perché non si nomina nemmeno. Funziona proprio perché è automatica.

Funziona proprio perché nessuno chiede il perché. C’è chi obietta che occorre ribadire l’autorità degli adulti, che questo principio è un orizzonte pedagogico sensato: un’autorità certo diversa dall’autoritarismo.

Ma a questo tipo di obiezione potrebbe ancora essere risposto con quello che rilevava Tenco: perché ci si alza per il professore ma non per il bidello? Anche qui abbiamo a che fare con una disparità apparentemente ovvia, che però svela un controsenso.

Quel gesto non esprime un rispetto universale verso gli adulti o verso chi lavora nella scuola: esprime il riconoscimento di una gerarchia specifica, istituzionale, basata sul ruolo e sul potere. Non è rispetto, è deferenza di rango.

Un insegnante ha un’autorità che deriva dalla competenza, dall’esperienza, dalla capacità di creare un ambiente in cui si apprende, in cui studiando ci si trasforma. Questa autorità ha bisogno di essere sancita da un gesto di deferenza corporea? Se il gesto riguarda il ruolo e non la persona, allora forse parliamo di un’istituzione che si autocelebra invece di una relazione che si costruisce? Abbiamo bisogno di questo tipo di autocelebrazione? Il riconoscimento deve avvenire per decreto? Alzarsi in piedi non è un gesto di obbedienza performativa? Non basterebbe dire buongiorno prof, buongiorno ragazzi?

L’alzarsi in piedi dice allo studente, ogni giorno, che il suo corpo e il suo tempo appartengono all’istituzione, che le gerarchie non si discutono, che obbedire è la risposta corretta alla presenza del potere.

Cosa si impara con quel gesto? Che ci sono gerarchie che non si mettono in discussione. Che il proprio corpo non appartiene a sé stessi ma a un’istituzione. Che il rispetto non è qualcosa che si costruisce nel tempo, attraverso la conoscenza e la fiducia reciproca, ma qualcosa che si esibisce, automaticamente, ogni volta che una figura d’autorità entra in una stanza. L’alzarsi in piedi non è un dettaglio marginale: è un piccolo ma preciso atto di costruzione di senso, che può essere conformista a un mondo di gerarchie già date oppure alla possibilità di costruire società dove non il potere ma il reciproco riconoscimento siano alla base della relazione educativa”.

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