Una settimana fa, l’11 luglio, è morto Goffredo Fofi, un animatore instancabile della vita culturale del nostro Paese, un intellettuale dissidente per inclinazione e scelta, un uomo dai molteplici interessi. Tra questi assai importante è stato il suo impegno nell’ambito dell’educazione, che lo ha accompagnato nel corso della sua lunga vita.
Appena diciottenne, partiva dalla sua città natale, Gubbio, alla volta di Cortile Cascino, Partinico, Trappeto, i luoghi in cui, alla fine degli anni Cinquanta, lavorava Danilo Dolci. Così riassume Fofi la sua esperienza nel campo dell’educazione:
L’educazione è qualcosa di più ampio della pedagogia: è “lo strumento fondamentale per raggiungere la democrazia, per combattere le divisioni tra i popoli e il loro frutto peggiore, la guerra. Questo è ancora vero e sacrosanto, ma non è altrettanto vero che possa bastare l’educazione per risolvere i problemi della democrazia e della convivenza pacifica tra le nazioni, tanto meno quando essi sono diventati così gravi e così urgenti come nel nostro tempo, e così poco controllabili “dal basso”.
Abbiamo preso le due citazioni precedenti da un piccolo libro di Fofi di cui consiglierei la lettura a tutti coloro che di mestiere insegnano, in qualunque ordine di scuola si trovino ad operare. Il libro ha un titolo per me molto bello: Salvare gli innocenti. E un sottotitolo altrettanto bello: Una pedagogia per i tempi di crisi. Dunque, se un educatore non ha a cuore la costruzione di una società più giusta, come si può definire tale? Ogni bambino, ogni adolescente dovrebbe essere affidato ad adulti consapevoli che lo sottraggano alle insidie che una società avida, sottomessa alla dura legge del profitto, sempre più diseguale dissemina sul cammino che i più giovani devono percorrere.
A differenza delle briciole della favola di Pollicino, che devono aiutare i bambini dispersi a ritrovare la via di casa, la nostra società lancia alle nuove generazioni segnali disorientanti, che spingono i più deboli su strade pericolose, compresa quella dell’acquiescenza conformista. Poi si fa un gran parlare di “formazione della coscienza critica” ma i frutti (che sono ancora quelli da cui si possono distinguere con facilità gli alberi) che vediamo ci parlano di disincanto, di disimpegno, di obbedienza alle leggi del mercato – certo non in tutti i giovani ma in una buona parte di essi. “Salvare gli innocenti” presume non soltanto una buona scuola ma anche la costruzione di una co-educazione comunitaria e collettiva, e l’interrogarsi su quale tipo di scuola potrebbe ancora avere utilità e senso. La stanchezza del “ceto docente”, giustificata da molte contingenze materiali, certo non aiuta a costruire collettivamente una pedagogia per “i tempi di crisi”. Penso che non ci sia discussione sul fatto che i nostri siano tempi di crisi e che oggi è forte il timore che possano diventare – e non solo in qualche sfortunatissima area del pianeta -tempi di guerra.
“È crisi – scrive Fofi – quando le difficoltà del presente si coniugano all’incertezza su un futuro che si teme peggiore del presente; quando le trasformazioni della società, il peso delle scelte sbagliate della classe dirigente (delle poche migliaia d’individui che, oggi, le stanno a capo) ricadono su tutti, specialmente sui meno difesi […]; quando un sistema alla cui base è l’avidità di pochi e l’ingiustizia che ne segue finisce per barcollare o crollare, mostrando quanto aveva di marcio e la doppiezza della sua cultura”.
Cosa possiamo fare in questo tempo di crisi? Innanzitutto, cercare di agire collettivamente e di riaprire un dialogo che, per essere fattivo, deve configurarasi come serrato e fuori dalle righe del pensiero dominante, per cogliere quelle mutazioni in atto che mirano a “a distruggere l’intelligenza collettiva e le autonomie individuali”. Il pericolo vero viene individuato da Fofi (e chi qui scrive ne è convinta) dal mercato, “inteso a rendere i nostri figli e noi stessi suoi schiavi. Metodicamente e subdolamente esso ha finito per invadere tutto, senza mai trovare una vera resistenza almeno nel nostro Occidente, nella parte più ricca del pianeta. Il mercato ha invaso i sogni e le coscienze dei bambini e dei giovani con l’insensata e colpevole complicità degli “educatori” – genitori, insegnanti, funzionari, politici, preti”. Sottrarre i più giovani alla logica cieca del Profitto e del Mercato significa creare cittadini pronti a far resistenza contro la prepotenza di chi detiene il potere politico ed economico.
Oggi il pericolo è grande: corriamo il rischio che l’umanità scivoli nuovamente verso un conflitto totale, in nome della difesa degli interessi materiali di pochi travestiti da parole ambigue come “sicurezza”, “difesa dei confini”, e, peggio, “affermazione della democrazia”. Noi, dal basso, non possiamo smuovere immediatamente gli intrighi internazionali di cui, ogni giorno, ci parlano i giornali. Il nostro terreno è quello della mediazione, è quello, lungo da coltivare, dell’acquisizione di conoscenza e della formazione delle coscienze: è in tale ambito che chi educa può dare il proprio contributo. Possiamo ancora agire: la scuola, quando non cede alla pedagogia di Stato, quando non obbedisce alle sirene del Mercato, quando si sottrae al conformismo, è ancora una grande officina in cui si può lavorare per una società più giusta. Concludo con le parole di Fofi e, di nuovo, caldeggio la lettura di questo testo, pubblicato nel 2012 ma di stringente attualità e ringrazio Goffredo per l’eredità preziosa che ci ha lasciato.