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24.11.2025

Homeschooling, scuola parentale e la famiglia nel bosco

Pasquale Almirante

La vicenda della famiglia nel bosco ha acceso un notevole dibattito tra coloro che sostengono  il comportamento dei genitori che comunque custodiscono i loro figli e non fanno loro mancare l’affetto per crescerli bene, e coloro invece che li contestano perché priverebbero i ragazzi degli opportuni rapporti sociali con altri bambini e col mondo esterno.

Ma c’è anche, per ovviare al problema della responsabilità relativa all’istruzione parentale, l’istituzione della cosiddetta  homeschooling,  la  normativa cioè che riguarda i diritti dei minori e dunque  il tema dell’educazione, dell’istruzione e della responsabilità genitoriale. 

E la domanda che in tanti oggi si stanno ponendo riguarda è la seguente:  è possibile scegliere di far crescere bambini fuori dagli ambienti scolastici e dunque anche lontani dai contesti sociali odierni che in qualche modo la scuola invece consente? E soprattutto: quali sono i diritti dei minori e quanto le decisioni dei genitori possono condizionarli? 

Il punto di svolta, riportano anche tante agenzie,  a tutela dei diritti dei minori c’è stato nel 2012, quando è stata sostituita la vecchia patria potestà con la nuova responsabilità genitoriale. 

Che ha stabilito che il minore non è più proprietà dei genitori, egli ha suoi precisi diritti che vanno rispettati, fa cui proprio il diritto alla genitorialità.

Tuttavia, se le scelte dei genitori influiscono negativamente sul suo corretto sviluppo psicofisico, o mettono a rischio la sua salute, come nel caso di rifiuto di vaccini o di una trasfusione, cosa accade? Ricordiamo il caso di quella famiglia che, seguendo il proprio credo religioso, vietò una trasfusione che avrebbe salta la ragazza dalla morte.

Da questi presupposti, diventa più chiara la nuova legge sulla genitorialità che poggia sul ruolo del giudice minorile che deve far prevalere i diritti del minore, ritenuti prioritari nel suo interesse.  

 Da qui pure i dubbi sull’obbligo scolastico e dunque sull’istruzione parentale secondo i cui principi i genitori scelgono di istruire i propri figli a casa invece di iscriverli a una scuola tradizionale. 

Questo pratica, del tutto legale, richiede che l’educazione impartita rispetti gli obiettivi generali del sistema scolastico nazionale, anche attraverso l’uso di materiali didattici, tutor o corsi online regolarmente riconosciuti.

Inoltre, scegliendo l’istruzione parentale i genitori devono rilasciare al dirigente scolastico della scuola più vicina una dichiarazione, da rinnovare anno per anno, sulla capacità tecnica o economica di provvedere all’insegnamento parentale.

In ogni caso, il dirigente scolastico ha il dovere di verificare la fondatezza di quanto dichiarato, mentre il ragazzo  è tenuto a sostenere ogni anno un esame di idoneità per accedere all’anno scolastico successivo in qualità di candidato esterno presso una scuola statale o paritaria, fino all’assolvimento dell’obbligo di istruzione. 

La scuola che riceve la domanda di istruzione parentale è tenuta a vigilare sull’adempimento dell’obbligo scolastico, e al suo controllo è competente, oltre al dirigente scolastico, anche il sindaco.

Secondo quanto riporta Il Fatto, dagli  appena 5mila studenti del 2018-19 si è passati nel 2020-21 agli oltre 15mila, con un incremento del 300% in soli tre anni. Numeri che il Ministero dell’Istruzione non ha ancora aggiornato ma che raccontano un cambiamento culturale iniziato con il lockdown ancora non esaurito.

Diverso invece è l’approccio se si parla di scuola parentale. Se nella Homeschoolingl’istruzione è gestita interamente dalla famiglia, che decide metodi, programmi e tempi, come nel caso della cosiddetta  “famiglia nel bosco”, per quanto riguarda la scuola parentale, essa è un progetto collettivo organizzato da più famiglie che condividono la responsabilità educativa, spesso con il supporto di docenti qualificati o educatori.

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