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Aggiornato il 16.08.2025
alle 17:13

I bimbi rom non vanno a scuola e chi lo fa s’assenta regolarmente, come i 4 nomadi che hanno investito e ucciso una 71enne

Ha suscitato indignazione la vicenda dei quattro ragazzini rom che a bordo di un’auto rubata hanno travolto e ucciso la 71enne Cecilia De Astis, mentre stava attraversando la strada, sulle strisce, in via Saponaro a Milano. Molti hanno puntato il dito contro le famiglie, a partire da quelle dei giovani nomadi, perché sarebbero sempre meno inclini a trasmettere educazione e regole. Anche la procura starebbe indagando per valutare responsabilità, civili e penali, da parte dei genitori degli under 14. A fare scalpore, anche da parte di insegnanti e addetti ai lavori, è stato il fatto che i quattro giovanissimi rom non frequentassero la scuola. Solo che c’è poco da indignarsi, perché tra i rom, soprattutto tra quelli meno stanziali, non mandare a scuola i figli è di fatto la regola. E quando vanno, lo fanno con una stabilità molto lontana da quella minima (i tre quarti delle lezioni) per parlare di frequenza regolare.

Il fenomeno è storico. Quasi 20 anni fa, La Tecnica della Scuola scriveva: “nell’anno scolastico 2006/07 alla scuola dell’infanzia erano iscritti 3.136 bimbi rom; 9.595 alla scuola primaria; 4.398 alla scuola secondaria di primo grado ed appena 329 alla scuola secondaria di secondo grado. È evidente, quindi, come la maggior parte delle famiglie rom avalli la frequenza scolastica dei propri figli fino ai 12-13 anni”.

Inoltre, avevamo raccontato che “solo il 46% di chi ha frequentato la scuola primaria si iscrive alla scuola secondaria di primo grado, mentre alla secondaria di secondo grado arriva un modestissimo 3,4% di chi ha iniziato la scuola dell’obbligo. Segno evidente che la tradizione rom continua a prevalere anche sull’obbligo formativo, portato a 16 anni.

La mancanza di interesse per la scuola da parte dei rom, come dei sinti, si ritrova anche nel Piano nazionale dell’infanzia 2008/09, dove si legge che “in Italia sarebbero almeno 35mila i rom fra i 6 e i 14 anni e addirittura 70 mila quelli con meno di 18 anni”, ma “va a scuola solo un ragazzo rom su due con meno di 14 anni. E solo uno ogni cento in età adolescenziale”.

In quel periodo, con Mariastella Gelmini a capo del dicastero bianco di Viale Trastevere, l’amministrazione centrale – scrisse sempre La Tecnica della Scuola – ha anche avviato un piano di scolarizzazione dei rom.

A distanza di quasi quattro lustri, i dati nazionali ci dicono che le cose sono migliorate, ma non troppo.

A discapito, anche, degli obiettivi: nella “Strategia Nazionale di uguaglianza, inclusione e partecipazione di Rom e Sinti 2021-2030”, la scuola viene infatti considerata “un punto cruciale per l’inclusione dei minori rom e sinti, poiché rappresenta il luogo privilegiato di incontro e di integrazione con i coetanei”. Il nodo, difficile da sciogliere, è però quello dalla “percezione della scuola nelle diverse generazioni e sulle difficoltà storiche vissute dai rom e dai sinti”.

L’Associazione 21 luglio, nell’ultimo rapporto (Bagliori di speranza) sulle “Comunità rom negli insediamenti formali e informali in Italia” riporta la posizione espressa nel 2024 dalla Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza, la quale “ha raccomandato alle autorità italiane di monitorare attentamente eventuali situazioni in cui si possano formare classi a maggioranza rom, che potrebbero verificarsi ancora in alcune regioni”.

L’Ecri, “ritiene inoltre fondamentale l’educazione della prima infanzia per l’integrazione dei bambini rom, poiché la frequenza alla scuola materna e l’apprendimento della lingua italiana sono cruciali per prevenire l’abbandono scolastico e migliorare i risultati educativi”.

I numeri, però, sono desolanti: “nel 2021, solo il 30% dei bambini rom tra i 3 e i 6 anni frequentava la scuola materna, rispetto al 94% della popolazione generale. Per questo l’ECRI sottolinea la necessità di aumentare l’accesso all’istruzione prescolare per i bambini rom, specialmente quelli che vivono in insediamenti”.

Ancora “l’ECRI raccomanda alle autorità di adottare misure concrete per aumentare il numero di bambini rom che completino l’istruzione obbligatoria e superiore. Le misure proposte includono: garantire l’iscrizione dei bambini rom all’istruzione prescolare, primaria e secondaria; istituire meccanismi efficaci per monitorare gli abbandoni scolastici; sviluppare misure mirate, in collaborazione con le comunità rom, per sostenere i bambini rom durante tutto il loro percorso scolastico”.

La strada per cambiare il destino dei giovani rom rimane appare in forte salite. Le linee da raggiungere sono state anche previste nella “Strategia Nazionale 2021-2030”, nella quale si propongono “7 strumenti di inclusione scolastica: ricerca sull’inclusione scolastica dei rom e sinti; indagine sulla dispersione scolastica; interventi per rafforzare la collaborazione tra famiglie e scuole; interventi linguistici per superare le barriere linguistiche; adattamento dei contenuti didattici (quindi avviare programma personalizzati collocando gli alunni rom come Bes); azioni per incentivare la permanenza dei giovani nella scuola; formazione dei docenti e del personale scolastico”.

E non si pensi che per perseguire questi obiettivi possano bastare dei fondi adeguati. Ci sono dei precedenti tutt’altro che positivi. “Tra il 2002 e 2015 – scrive Avvenire il Comune di Roma ha speso 27 milioni di euro per la scolarizzazione dei minori rom. Ma uno su 5 non si è mai presentato in classe, 9 su 10 non hanno frequentato regolarmente, uno su due è in ritardo scolastico e frequenta una classe non conforme alla sua età, e sui 1.800 bambini rom iscritti, solo 198 hanno frequentato almeno i tre quarti dell’orario scolastico”.

La questione, quindi, appare prettamente di tipo culturale. Sbaglia chi pensa che per avvicinare i nomadi alla scuola servirebbe alzare l’obbligo formativo a 18 anni: già quello attuale, collocato da tempo 16 anni, viene ampiamente eluso; va anche considerato che in molti casi, infatti, parliamo di famiglie e di giovani nemmeno residenti e quindi non facilmente rintracciabili dalle istituzione.

Per vincere l’ostracismo dei rom e sinti verso la scuola bisognerebbe, piuttosto, convincere i loro adulti, ad iniziare da quelli più autorevoli, i cosiddetti ‘capifamiglia’, che la scuola è un passaggio obbligato per tutte le nuove generazioni. E i nomadi non dovrebbero essere da meno.

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