Negli ultimi vent’anni il dibattito sulle pensioni è stato progressivamente spostato dal terreno dei diritti collettivi a quello delle soluzioni individuali. Lavoratrici e lavoratori sono stati spinti verso la previdenza complementare, presentata come inevitabile risposta al progressivo impoverimento delle pensioni pubbliche. In questo contesto si inserisce il Fondo Espero, il fondo pensione destinato al personale della scuola, oggi nuovamente rilanciato da parte sindacale come strumento centrale di tutela sociale. Le recenti dichiarazioni del nuovo presidente del Fondo Espero, figura espressa dalla FLC CGIL, meritano però una riflessione critica. Definire Espero un pilastro fondamentale di tutela e welfare rappresenta infatti una forzatura politica e culturale che rischia di generare una grave confusione tra ciò che appartiene al sistema pubblico dei diritti e ciò che invece è un prodotto finanziario legato alla capitalizzazione individuale. Il welfare, infatti, è un’altra cosa. Con questo termine si indica l’insieme delle garanzie assicurate dalle istituzioni pubbliche per sanità, istruzione, assistenza sociale e previdenza a tutti i cittadini in difficoltà economiche e sociali. È il principio solidaristico su cui si fonda la Costituzione italiana. Un fondo pensione complementare non appartiene a questa logica. Si basa invece su versamenti individuali e rendimenti finanziari, con prestazioni che dipendono esclusivamente da quanto accumulato nel tempo e dall’andamento dei mercati.
Proprio qui emerge il nodo politico della questione. Presentare un fondo integrativo come strumento di welfare significa accettare implicitamente l’idea che la pensione pubblica non sia più sufficiente e che ciascun lavoratore debba arrangiarsi individualmente. Le campagne promozionali dei fondi pensione insistono spesso sulle simulazioni dei rendimenti futuri. Tuttavia queste proiezioni si fondano su ipotesi teoriche relative alla crescita economica, all’inflazione e all’andamento dei mercati finanziari. Le stesse note informative precisano chiaramente che si tratta di valori puramente indicativi, privi di garanzie. La realtà concreta degli ultimi anni racconta inoltre una storia meno entusiasmante di quella proposta dalla propaganda. I fondi pensione negoziali hanno registrato mediamente rendimenti inferiori a quelli del TFR lasciato presso lo Stato. Un dato che smentisce la narrazione secondo cui la previdenza complementare rappresenterebbe automaticamente una scelta più conveniente.
C’è poi un ulteriore elemento spesso taciuto: la destinazione dei fondi accumulati. I lavoratori della scuola che aderiscono a Espero non hanno alcun reale potere decisionale sugli investimenti effettuati con il proprio denaro. Nonostante le frequenti dichiarazioni sulla finanza etica e sostenibile, la stessa documentazione ufficiale del fondo ammette esplicitamente di non perseguire obiettivi ambientali o sociali vincolanti. In altre parole, le quote versate dal personale scolastico possono essere collocate in strumenti finanziari sui quali gli iscritti non esercitano alcun controllo. Questa situazione evidenzia una contraddizione profonda. Da un lato si continua a parlare di solidarietà e tutela collettiva; dall’altro si affidano quote crescenti di salario differito ai mercati finanziari, subordinando il futuro previdenziale alle oscillazioni economiche. È difficile conciliare questa impostazione con la tradizione storica del movimento sindacale, nato per rafforzare i diritti universali e non per promuovere meccanismi assicurativi individuali.
Una pensione dignitosa non dovrebbe essere considerata un privilegio né un obiettivo raggiungibile soltanto attraverso investimenti personali. Deve rappresentare il naturale riconoscimento di una vita di lavoro e garantire continuità economica rispetto al salario percepito durante l’attività lavorativa. Per decenni il sistema pensionistico pubblico italiano ha perseguito proprio questo obiettivo attraverso il metodo retributivo, che calcolava l’assegno pensionistico sulla base delle retribuzioni degli ultimi anni di carriera, permettendo così di mantenere un livello di vita vicino a quello precedente al pensionamento. Le riforme introdotte dagli anni novanta in poi hanno progressivamente smantellato questo impianto, riducendo l’importo delle future pensioni e favorendo parallelamente lo sviluppo dei fondi integrativi. Invece di rafforzare il sistema pubblico, si è scelta la strada della privatizzazione strisciante della previdenza. È in questo quadro che assume un significato politico preciso la scelta di definire un fondo complementare come “welfare”, si tenta di normalizzare l’idea che la tutela sociale non debba più essere garantita universalmente dallo Stato.
Per questo motivo appare particolarmente preoccupante che il presidente del Fondo Espero, figura che esprime direttamente l’indirizzo e il valore programmatico della FLC CGIL, utilizzi consapevolmente termini che finiscono per sovrapporre e confondere due piani profondamente diversi. Difendere il welfare significa rivendicare pensioni pubbliche adeguate, finanziate in modo solidale e sottratte alla logica speculativa. Significa battersi affinché il diritto a una vecchiaia serena non dipenda dall’andamento della borsa o dalle prestazioni di un fondo d’investimento. Equiparare la previdenza complementare al welfare rischia invece di legittimare ulteriormente il progressivo arretramento dello Stato Sociale.
Domenico Montuori Esecutivo Nazionale COBAS Scuola
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