Come organizzazione sindacale, raccogliendo le numerose segnalazioni provenienti dalle/dai docenti di diversi territori, riteniamo necessario esprimere una forte preoccupazione rispetto alle modalità con cui vengono gestite le attività connesse alle prove INVALSI, in particolare per quanto riguarda la scuola primaria e le procedure di correzione, inserimento dati e tabulazione delle risposte degli alunni. Le comunicazioni inviate ai docenti, da parte dell’INVALSI, nelle quali si dispone l’assegnazione di classi e materie per l’inserimento delle risposte degli studenti scuola primaria all’interno delle piattaforme predisposte dall’INVALSI, evidenziano ancora una volta un meccanismo organizzativo che scarica impropriamente e illegittimamente sulle scuole e sulle/sui docenti attività che non rientrano nelle ordinarie funzioni didattiche né negli obblighi contrattuali.
Occorre ribadire con chiarezza un principio fondamentale. Il personale scolastico non dipende dall’INVALSI, svolge la propria attività nell’ambito delle prerogative definite dalla Costituzione, dal contratto collettivo nazionale e dagli Organi Collegiali. L’INVALSI è un ente di valutazione del sistema educativo e non può trasformarsi, nei fatti, in un soggetto che impartisce disposizioni operative dirette al personale docente imponendo procedure, tempi e carichi di lavoro aggiuntivi. Le richieste rivolte ai docenti appaiono particolarmente gravose oltre che improprie e illegittime. Presenza anticipata nei plessi scolastici, permanenza prolungata nelle classi, consultazione di manuali di somministrazione, accessi obbligatori a piattaforme digitali, inserimento di dati e continue verifiche dell’area riservata per eventuali variazioni organizzative. Tutto ciò comporta un aggravio evidente delle condizioni di lavoro, sottraendo tempo alla progettazione didattica e alle attività di insegnamento.
La questione diventa ancora più rilevante se si considera che l’INVALSI riceve ingenti finanziamenti pubblici proprio per la gestione delle attività di rilevazione, monitoraggio e valutazione del sistema scolastico nazionale, circa trenta milioni di euro ogni anno. È pertanto legittimo chiedersi per quale motivo le operazioni di somministrazione, correzione, tabulazione e caricamento dei dati debbano ricadere sulle scuole e sui docenti. L’impressione diffusa tra il personale è che si sia consolidato nel tempo un sistema fondato sulla disponibilità obbligata delle scuole, considerate come terminali operativi di procedure centralizzate. Si tratta di una deriva che rischia di compromettere e di alterare la funzione educativa/formativa.
A destare perplessità è anche l’atteggiamento di alcune/i Dirigenti Scolastiche/ci che, anziché contrastare tali pratiche o quantomeno sottoporle a un confronto collegiale, finiscono spesso per assumere una posizione meramente esecutiva e accondiscendente nei confronti delle richieste provenienti dall’INVALSI. La Dirigenza scolastica non dovrebbe limitarsi a trasmettere disposizioni operative alle/ai docenti, ma tutelare il personale da carichi impropri e da procedure che eccedono le attività didattiche e formative. In numerosi casi segnalati, invece, si assiste alla predisposizione di turnazioni obbligatorie, all’imposizione di orari aggiuntivi e a richieste di prestazioni che spesso non risultano formalmente deliberate dagli Organi Collegiali Competenti.
E’ ancora più importante la riflessione sulla reale utilità pedagogica delle prove INVALSI. Da anni il mondo della scuola discute sull’effettiva capacità di tali rilevazioni di migliorare la qualità dell’insegnamento o di ridurre le disuguaglianze educative e territoriali. I risultati concreti, tuttavia, appaiono nulli. Anzi, le differenze sociali, economiche e territoriali continuano a incidere pesantemente sugli apprendimenti delle/dei discenti e non possono essere superate attraverso prove standardizzate. Le disuguaglianze scolastiche si combattono con investimenti strutturali, riduzione del numero di alunni per classe, stabilizzazione del personale e incremento delle risorse. Le prove standardizzate, al contrario, rischiano spesso di ridurre la complessità dei processi di apprendimento a semplici dati numerici, favorendo logiche classificatorie che poco hanno a che fare con la formazione delle/degli alunne/ i.
Nella scuola primaria tali criticità risultano ancora più evidenti. L’apprendimento delle/dei bambine/i necessita di tempi distesi, relazioni educative significative e percorsi individualizzati. La pressione legata alla somministrazione delle prove, alla raccolta dei dati e al rispetto di procedure standardizzate introduce invece elementi estranei alla serenità dell’ambiente educativo. La crescente invasività delle procedure INVALSI produce un progressivo spostamento dalla Scuola agli organismi esterni di valutazione. Si tratta di una forma di intromissione che rischia di svuotare il ruolo degli Organi Collegiali e di comprimere la libertà di insegnamento garantita dalla Costituzione. La Scuola ha bisogno di risorse. Il personale scolastico continua quotidianamente a garantire il funzionamento con grande senso di responsabilità. Per questo riteniamo non più rinviabile una riflessione seria sul rapporto tra INVALSI, istruzione e Istituzioni Scolastiche. Bisogna restituire centralità alla funzione educativa/formativa e rispettare il ruolo fondamentale dei/delle docenti e di tutto il personale scolastico.
Domenico Montuori Esecutivo nazionale COBAS Scuola
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