Home Contratti I confederali rivendicano la decurtazione degli stipendi pubblici?

I confederali rivendicano la decurtazione degli stipendi pubblici?

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La manifestazione del pubblico impiego organizzata da Cgil, Cisl e Uil per il prossimo 8 novembre sarebbe poco più che una messa in scena: lo sostiene Stefano d’Errico, segretario nazionale Unicobas riferendosi ad una situazione normativa e contrattuale a dir poco paradossale.
“I sindacati firmatari dei contratti nazionali – dichiara d’Errico – sanno benissimo che dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo 29 del 1993, da loro pattuito con il Governo (tanto) Amato, non è più possibile per il pubblico impiego italiano avere ‘aumenti’ superiori all’inflazione programmata dal proprio datore di lavoro, cioè il Ministro dell’Economia pro-tempore”.
“La cosa – aggiunge d’Errico –  è davvero ridicola e paradossale, visto che il Paese è ormai ufficialmente in recessione. Di quale ‘contratto’ stanno quindi parlando i sindacati Confederali (e, con loro, Snals e Gilda)? Di un contratto che, in ossequio alla suddetta legge, dovrebbe semmai decurtare una parte dello stipendio, visto che siamo in deflazione?”
In effetti il ragionamento non fa una grinza: se per legge gli aumenti non possono superare il tasso di inflazione, quando si è in fase deflattiva dovrebbero addirittura essere diminuiti.
E allora d’Errico ironizza: “Sabato 8 novembre i confederali faranno insomma una manifestazione per chiedere ufficialmente la riduzione degli stipendi”.
La soluzione del problema, secondo Unicobas, è quella di far uscire la scuola dalla “gabbia” del pubblico impiego, così come già avviene per professori universitari, magistrati e militari di carriera in modo da non dover più sottostare alle regole del decreto 29 del 1993.
“Ma ci vogliono anche regole nuove che garantiscano davvero  l’autonomia professionale di chi opera nella scuola; per esempio un Consiglio Superiore della Docenza (con diramazioni provinciali), adibito a garantire, così come per la Magistratura, l’autonomia e la terzietà della Scuola pubblica”.
E anche la progressiva sparizione degli scatti di anzianità sarebbe secondo d’Errico una conseguenza più o meno diretta delle norme del 1993.
Nella scuola gli scatti sono rimasti ma in modo “attenuato” (prima erano biennali, poi sono stati trasformati in “gradoni”).
“Il risultato – sottolinea d’Errico – è che anche senza alcun rinnovo contrattuale, oggi ci sarebbero nella scuola retribuzioni molto più alte: sarebbe bastato mantenere gli scatti che già c’erano”
“Persino la Svizzera, paese meritocratico-liberista per eccellenza – conclude il segretario nazionale – non prevede automatismi d’anzianità per nessuno, ma li conserva solo per gli insegnanti (e sono annuali), perché in tutto il mondo si sa bene che ad insegnare si impara soprattutto insegnando”.