Oltre 300 membri tra docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo dell’Università di Catania hanno firmato una lettera aperta per Gaza, intitolata “Il tempo delle esitazioni è finito“. Questa iniziativa è rivolta al Rettore eletto Enrico Foti, al Senato Accademico e al Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo, con l’obiettivo di spingere l’istituzione a prendere una posizione chiara e risoluta a sostegno del popolo palestinese e di condanna del genocidio in corso a Gaza.
I firmatari sottolineano che l’Università, in quanto istituzione dedita alla ricerca del sapere e alla formazione delle nuove generazioni, non può permettersi di rimanere in silenzio senza tradire la sua stessa ragion d’essere. La lettera non intende essere un gesto simbolico, ma mira a produrre effetti concreti nelle politiche universitarie, poiché il silenzio e l’inazione sono considerate opzioni non più sostenibili di fronte alla gravità della situazione.
Il documento denuncia con forza le violazioni sistematiche dei diritti umani e del diritto internazionale, la distruzione intenzionale di beni culturali e infrastrutture civili, inclusi scuole e ospedali, e l’uso della fame come arma di guerra. Viene condannata anche l’uccisione di giornalisti e la deliberata strategia di “scolasticidio” attribuita al governo israeliano. I firmatari esprimono profonda preoccupazione per la morte di oltre 60.000 palestinesi, di cui più di 20.000 bambini, la carestia indotta, lo sgombero forzato della popolazione e la devastazione completa del territorio da parte dell’esercito israeliano. Viene evidenziato che “il momento di agire è questo”, poiché tacere o privilegiare “questioni di opportunità politica” sul senso di giustizia comporterebbe una responsabilità di fronte alle proprie coscienze e alle generazioni future.
Di conseguenza, i firmatari rivolgono specifiche richieste alla comunità universitaria e agli organi direttivi. Chiedono l’approvazione di una mozione che esprima una condanna netta e inequivocabile delle azioni del governo e dell’esercito israeliano. Inoltre, sollecitano l’interruzione immediata di accordi, presenti o futuri, con università e aziende israeliane implicate nei territori occupati e nella macchina bellica. Viene anche richiesta la sospensione degli accordi con aziende italiane ed estere che producono tecnologie belliche o “dual use”, che contribuiscono al massacro dei Gazawi. La lettera include la richiesta di sostenere e ampliare le borse di studio per studenti e studentesse palestinesi e di istituire forme collettive di ricordo per le vittime civili, al fine di onorarne la memoria e restituire dignità al lutto.
“Agosto 2025: Quello che da quasi due anni sta accadendo a Gaza per mano del governo israeliano, sotto gli occhi di tutto il mondo e nell’inerzia generale dei decisori politici, viola ogni elementare principio di diritto internazionale e offende i valori di umanità e giustizia su cui dovrebbero fondarsi le pacifiche relazioni tra i popoli. Per questo noi tutti/e riteniamo che il silenzio e l’inazione non siano più opzioni percorribili. La morte e la distruzione inflitta per mano delle IDF alla popolazione civile palestinese – complici molti dei paesi occidentali (il nostro compreso) che hanno attivamente supportato la macchina bellica israeliana o hanno rifiutato di ricorrere ad alcun significativo strumento di dissuasione – ha già da molto tempo assunto dimensioni abnormi.
Quello che si sta consumando a Gaza è, lo affermiamo senza incertezze, un genocidio: i crimini di guerra commessi dallo Stato di Israele rientrano infatti appieno nella definizione stipulata dalla Convenzione del 1948 per la prevenzione e la repressione del genocidio (a cui l’Italia ha aderito con legge n. 153 dell’11 marzo 1952), e che si propone di prevenire e punire gli atti ‘commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale’ (art. II). Già il 26 gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia aveva giudicato ‘plausibile’ l’accusa di genocidio rivolta contro Israele. Oggi, quella plausibilità è divenuta certezza, tanto che alcuni tra i più noti intellettuali israeliani, a partire da David Grossman, ammettono ormai ‘che a Gaza è in corso un genocidio’ (1/08/2025).
Ma più che le parole, oggi a parlare a Gaza sono i fatti. I dati raccolti da organizzazioni internazionali (ONU, UNHCR, UNICEF, UNESCO), ONG indipendenti (Amnesty International, MSF, Emergency) e studi pubblicati su accreditate riviste scientifiche accreditate (The Lancet) sono inequivocabili.Dal 2023 a oggi, l’offensiva israeliana ha provocato più di 60.000 morti diretti e oltre 150.000 feriti, in larghissima parte civili, con donne e bambini a rappresentare più della metà del totale. Circa 1,9 milioni di persone – l’85 % della popolazione – sono state sfollate, mentre abitazioni, strade, scuole, ospedali, luoghi di culto, biblioteche, archivi e siti di interesse storico-artistico sono stati sistematicamente distrutti. A queste vittime si aggiungono decine di migliaia di morti indirette, dovute a fame, malattie, assenza di cure mediche e collasso delle infrastrutture sanitarie.
Altre cifre testimoniano di una distruzione pianificata e tutt’altro che casuale, mirata a silenziare l’informazione, a usare la fame come arma e a rendere invivibile Gaza non solo per le generazioni presenti, ma anche per quelle future. Al 25 agosto 2025, l’esercito israeliano aveva assassinato almeno 279 giornalisti, nel più grave massacro di operatori dei media nella storia recente. Da fine maggio ad agosto 2025, almeno 1760 palestinesi sono stati uccisi a Gaza dalle IDF mentre erano in fila per ricevere i (pochi) aiuti umanitari fatti entrare da Israele nella Striscia. Con un report dell’IPC rilasciato il 22 agosto 2025 e basato su studi di autorità indipendenti, l’ONU ha ufficialmente confermato lo stato di carestia a Gaza, indicando Israele come unico responsabile. Infine – ed è un dato che, per ovvie ragioni, ci tocca particolarmente da vicino – in Palestina è in atto quella che le Nazioni Unite hanno definito scolasticidio, ovvero la ‘distruzione sistematica dell’istruzione attraverso l’arresto, la detenzione o l’uccisione di insegnanti, studenti e personale, nonché la distruzione delle infrastrutture educative’ Tra le vittime della popolazione civile si contano infatti oltre 6.000 persone in età scolare, studenti universitari, insieme a insegnanti, ricercatori e personale universitario. Le forze di occupazione israeliana hanno saccheggiato e distrutto strutture scolastiche e i campus universitari di Al Azhar, Al Quds e Israa. Secondo UNESCO, è scomparso il 75% degli edifici scolastici, impedendo a circa 625.000 studenti e 22.500 insegnanti di frequentare i propri luoghi di crescita culturale e professionale e compromettendo definitivamente il futuro dell’istruzione palestinese.
Alla luce di tutto questo, e in linea con la lettera sottoscritta da alcuni/e colleghi/e più di un anno fa, come membri della grande comunità accademica catanese domandiamo con forza che il Magnifico Rettore e il Senato Accademico si pronuncino con coraggio e senza ambiguità. Il tempo delle esitazioni è finito. Il piano di occupazione totale di Gaza, già avviato da Netanyahu e dal suo governo, prevede entro il prossimo 7 ottobre di cacciare dalla loro terra quasi due milioni di civili gazawi: occorre agire al più presto con la massima decisione per cercare di dare il nostro (certo limitato) contributo affinché questo ennesimo piano criminale, in violazione di ogni diritto internazionale, venga impedito. Sulla scorta di quanto accaduto anche a livello globale, già altre Università italiane si sono mosse in questo senso: l’Università per Stranieri di Siena (26/6/2024), l’Università di Padova (1/7/2025), l’Università del Salento (2/7/2025), l’Università di Pisa (17/7/2025), l’Università di Bologna (17/6/2025), l’Università di Roma La Sapienza (19/6/2025), la Scuola Normale Superiore di Pisa (22/7/2025), l’Università di Bari (22/7/2025), il Politecnico di Milano (4/8/2025). Seguendo il loro esempio, chiediamo che anche da noi si approvi una mozione che impegni a:
Il momento di agire è questo. Se tacciamo, se non interveniamo, se lasciamo che ancora una volta questioni di (malintesa) opportunità politica abbiano la meglio sul senso di giustizia e sul rispetto del diritto, ne dovremo rispondere davanti ai nostri figli e figlie, ai nostri nipoti, alle nostre coscienze”.