Se la Scuola italiana piange, l’Università non ride. Anch’essa è oggetto di continui tagli, che rendono sempre più precario il lavoro dei giovani ricercatori e difficile il loro ingresso nella docenza accademica. D’altronde da decenni la precarizzazione di massa va molto di moda: fa “risparmiare” Stato e datori di lavoro, rende i lavoratori più fragili, meno esigenti riguardo a stipendi e diritti, nonché più ricattabili. Poco importa se questa prassi lede la qualità del loro lavoro (e la democrazia).
La tendenza a tagliare i fondi, destinati alla ricerca universitaria, non è solo italiana (benché l’Italia li tagli più di tutti). Il Consiglio Europeo — che riunisce capi di governo e di Stato dell’UE, per dettare orientamenti politici e priorità — propone tagli da centinaia di miliardi ai fondi di sviluppo e ricerca. La Francia, per ridurre il deficit, pensa di recuperarlo solo per un terzo tassando i miliardari, e per due terzi tagliando innovazione, educazione e ricerca: una esplicita rinuncia ai precedenti propositi d’investimento, programmati entro il 2030.
Eppure la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen nel settembre 2024 aveva annunciato la dedica di un commissariato europeo — sui cinque esistenti — a sviluppo e ricerca, onde potenziare innovazione tecnologica e ricerca scientifica in tutti gli stati dell’Unione.
I tagli più recenti in tutta Europa (e negli USA, dove Trump sabota persino la NASA) sembrano direttamente correlati al moltiplicarsi (in Europa e fuori) dei governi di estrema destra. Lo affermava esplicitamente già nell’ottobre 2024 sulla rivista scientifica Nature — tra le più prestigiose del pianeta, ed esistente da 157 anni — il giornalista David Matthews in un editoriale: «Un’ondata di partiti di estrema destra che entrano nei governi di tutta Europa sta sollevando preoccupazioni per la scienza. I partiti, il cui obiettivo è in genere l’immigrazione, si preoccupano poco della ricerca, dicono gli esperti di politica. Nei Paesi Bassi — dove il Partito per la Libertà (PVV), guidato dall’attivista anti-Islam Geert Wilders, è entrato in un governo di coalizione a luglio — i ricercatori si stanno preparando per 1 miliardo di euro (1,1 miliardi di dollari) di tagli al bilancio, il peggiore degli ultimi decenni».
In Italia la situazione dei precari (e della ricerca in generale) nelle Università è particolarmente difficile. Urgerebbe un piano straordinario di reclutamento; si dovrebbe procedere, anziché a tagli, allo stanziamento di maggiori risorse, strutturali, non episodiche, giacché il problema è strutturale, e concerne la salute stessa dell’intero sistema universitario. Da più di due anni i ricercatori universitari sono mobilitati per denunciare il problema e portarlo all’attenzione dell’opinione pubblica italiana, di solito molto “distratta” per tutto quanto attiene ad istruzione, ricerca, cultura, scienza. La diminuzione dei fondi, dovuta ai tagli, è aggravata dalla fine del PNRR e dalla riforma Bernini (disegno di legge 1240), che secondo ADI (Associazione Dottorandi e dottori di ricerca in Italia) allungherebbe il precariato fino a 14 anni e contrasterebbe con gli impegni comportati per l’Italia dal PNRR.
Per il 2026 il ricambio del personale universitario è stato tagliato del 25% (come per la Scuola): ogni dieci pensionamenti, solo 7,5 nuovi ricercatori potranno entrare in servizio. Si passerebbe così, secondo i sindacati, da 35.000 contratti attivi a 15.000 o poco più.
L’agitazione dei precari prosegue pertanto con iniziative varie, tra cui manifestazioni e scioperi, in tutte le maggiori e più prestigiose università della Penisola: Bologna, Firenze, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Pisa, Roma, Siena, Torino, Trento, Urbino.
Emblematica la protesta dei precari del CNR (il più importante ente di ricerca d’Italia): i quali sottolineano l’importanza del “capitale umano” del sistema di ricerca italiano, costituzionalmente debole perché privo di fondi sufficienti, ma indispensabile per la concorrenzialità italiana in Europa e nel mondo. La ricerca pubblica è indebolita dal precariato, e ciò debilita la competitività della scienza italiana. Il precariato dovrebbe essere un’eccezione, ma la scarsità dei finanziamenti lo rende strutturale (nell’Università come nella Scuola). Esattamente come la Scuola, il CNR, il maggiore ente pubblico italiano di ricerca, funziona grazie al precariato.
Le mobilitazioni dei ricercatori hanno ottenuto qualche stanziamento in più, che però non modifica la strutturalità del precariato stesso. Gran parte dei precari “storici” restano esclusi da tutti i percorsi di stabilizzazione; mentre le forme contrattuali di parasubordinazione, a parità di lavoro ed attività svolte, discriminano alcuni ricercatori ancor più degli altri.
Tutto ciò — va ancora una volta ribadito — non avviene a causa di leggi naturali o per la crudeltà del fato, ma per la miopia di un sistema economico e politico basato sull’ideologia turboliberistica, che vede la spesa pubblica come inutile orpello, e lo Stato come sovrabbondante pachiderma da “dimagrare” (a vantaggio del mercato e della speculazione finanziaria), anziché come garante degli interessi collettivi. Ma far dimagrire istruzione, università e ricerca pubblica — in un’epoca di grandi appuntamenti col destino (come quello con la crisi climatica) — somiglia molto alle scelte di quel vecchio straricco, spilorcio e malato, che morì per risparmiare sulle medicine.