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I docenti più bravi lavorano nelle scuole d’élite. E gli alunni delle periferie difficili?

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L’ultimo rapporto OCSE-PISA pubblicato nella giornata del 11 giugno 2018 analizza i dati di 69 Paesi che hanno partecipato all’indagine per individuare le più efficaci politiche per l’insegnamento. Per l’Italia sono emersi dati non incoraggianti che vedono uno scollamento fra contesti economici e sociali svantaggiati e centri d’elite, dove è più facile incontrare docenti “bravi” che possono fare la differenza per gli studenti.

I docenti più bravi nelle scuole di prestigio

Infatti, come riporta l’Ansa, il prof “bravo” può cambiare la vita agli studenti che hanno la fortuna di incontrarlo ma è difficile che i docenti migliori si trovino in scuole che si trovano in contesti economici e sociali svantaggiati: il 97% degli insegnanti più qualificati hanno infatti una cattedra in scuole di elite anche se pubbliche. Ciò vuol dire che gli studenti delle periferie svantaggiate hanno più spesso, rispetto ai loro coetanei più fortunati, insegnanti precari o con minore anzianità di servizio.

Si badi bene: avere un docente precario o più giovane non equivale a scarsa qualità, a parere di chi scrive, ma sicuramente la condizione di precario, spesso cronico, non permette l’espletamento migliore delle proprie potenzialità per una serie di motivi. Pertanto, non si può affermare che questo dato rappresenti la realtà dei fatti per intero, ma solo un tendenza non sempre verificata ma che presenta risvolti più complessi.

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Non si tratta però di una peculiarità italiana: anche in Francia, Paesi Bassi, e nel sistema scolastico pubblico degli Stati Uniti si registrano gli stessi problemi. Diversamente da Paesi come Canada, Finlandia, Giappone o Corea, dove le qualifiche, le credenziali e l’esperienza degli insegnanti sono più equilibrate tra le scuole. Lo studio, pertanto, raccomanda di creare le condizioni che permettano veramente di attrarre insegnanti qualificati e efficaci nelle scuole più “difficili” proprio perchè i divari tra gli studenti sono in gran parte dovuti alla diversa qualità della docenza. Così facendo, si evita la formazione di scuole di serie A e scuole di serie B, la cui differenziazione spesso poggia proprio dalla qualità del corpo docente.

I ragazzi non vogliono fare gli insegnanti

Il rapporto evidenzia anche un altro dato:in Italia solo 3 studenti su 100 ha risposto “insegnante” alla domanda posta tra gli studenti 15enni: “Quale lavoro pensi che farai quando avrai 30 anni?”. Nello specifico, il 5% sono ragazze, l’1% maschi.
Bisogna anche dire che questo ‘vivaio’ di futuri docenti italiani ha livelli di competenze in lettura e matematica inferiori rispetto agli studenti stranieri che si sono proiettati verso lavori che richiedono una qualifica universitaria. Pertanto, in Paesi quali la Corea, la Germania, il Giappone, la Nuova Zelanda o la Svizzera – rileva il Rapporto – la squadra dei “futuri docenti” è composta dai migliori studenti del Paese. Di conseguenza, si spiegano non solo i salari più elevati, ma anche il livello di esigenza e professionalità richiesto ai docenti, che contribuisce al loro prestigio nella società.

A parere di chi scrive questi dati non devono essere presi in maniera rigida, ma solo come indicazioni, perché la realtà è decisamente più complessa. Resta il fatto che il prestigio sociale di una categoria si gioca proprio sulla formazione.

L’OCSE non condanna la Buona scuola

Un po’ a sorpresa il Rapporto promuove non solo l’autonomia delle scuole per quanto riguarda la scelta dei docenti, “non è un ostacolo all’equità nell’accesso ad un insegnamento di qualità, contrariamente a quello che si potrebbe temere”; ma anche l’aumento, in parallelo, delle responsabilità dei capi di istituto (in qualche modo sulla linea della riforma della Buona Scuola italiana), “che possono svolgere, se preparati per questo compito, un ruolo importante per attrarre, accompagnare, e formare docenti che rispondono alle esigenze della realtà educativa locale”.

Quindi, per l’OCSE la Buona Scuola non è assolutamente da buttare.

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