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Aggiornato il 07.01.2026
alle 09:43

I figli costano mille euro al mese, 10 milioni d’italiani non vogliono “eredi”: l’Istat certifica il motivo del crollo demografico e d’iscritti a scuola

In Italia sempre meno persone vogliono avere figli, tanto che la media ha toccato il record negativo di sempre: appena 1,1 figli a famiglia, mentre solo alcuni decenni fa era di oltre tre a nucleo familiare. L’importanza delle condizioni economiche è confermato dal fatto che oggi quando una coppia italiana mette al mondo il suo “erede” ha in media raggiunto quasi i 32 anni (nell’Unione europea a 27 la media è invece di poco inferiore ai 30 anni). L’opposizione sempre più esplicita all’avere i figli giunge anche dall’ultimo report dell’Istat sulle intenzioni di natalità, pubblicato nei giorni scorsi, dal quale risulta che un terzo dei casi dice ‘no’ per ragioni puramente economiche, e tra le persone in età feconda (18-49 anni) sono oltre 10,5 milioni quelle che non intendono avere un bambino o altri figli nel corso della vita. Un numero che cresce di anno in anno, tanto che nelle scuole il numero di iscritti diminuisce a livello nazionale di almeno 100mila unità l’anno; una tendenza, quest’ultima, che alla lunga porterà al dimensionamento di centinaia di scuole e alla riduzione di organici di personale.

Il quadro dell’Istat è particolarmente indicativo: “Da alcuni decenni l’Italia sta attraversando un’importante trasformazione demografica segnata da un costante calo delle nascite. Sempre più spesso, infatti, i giovani scelgono di rimandare o rinunciare al progetto di costruire una famiglia con figli, tra incertezze economiche, precarietà lavorativa e cambiamenti dei modelli di vita”.

È significativo che nel 2024 appena il 21,2% nella fascia 18-49 anni abbia espresso il desiderio di avere un figlio nei prossimi tre anni, facendo registrare un significativo calo di quasi quattro punti percentuali dal 2003, quando il desiderio di maternità e paternità si collocava attorno al 25%.

Tra gli italiani più giovani, 18-24enni, il dissenso a diventare genitori entro tre anni è legato al fatto che intendono portare a compimento il proprio percorso di studio e formazione. Tra questi, però, la grande maggioranza (81,8%) esprime il desiderio di diventarlo in futuro. Sono soprattutto i ragazzi a ipotizzarlo l’87,2% (il 44,7% afferma di esserne certo), mentre tra le ragazze il valore si ferma al 75,5%.

Un terzo di coloro che si oppongono ai figli cita invece motivi economici, il 9,4% condizioni lavorative inadeguate e l’8,6% la mancanza di un partner.

I motivi economici, su cui pesa indubbiamente l’incremento dell’inflazione negli ultimi tre anni (complessivamente tra il 15% e il 20%) e l’inadeguata risposta degli stipendi, preoccupano soprattutto gli uomini di 25-34 anni (52%), mentre le difficoltà legate all’età vengono riferite dalla metà delle persone tra 45 e 49 anni.

Qualche mese fa, Moneyfarm, società di consulenza finanziaria con approccio digitale, ha calcolato che in base all’attuale costo della vita, crescere un figlio in Italia da 0 a 18 anni comporta una spesa compresa tra i 107.000 e i 205.000 euro, per una media di 156.000 euro. Quindi, un figlio costa in Italia quasi 10mila euro l’anno, quindi in media tra i 700 e gli 800 euro al mese.

Uno dei risultati sui cui occorrerebbe riflettere è il motivo di diniego alla maternità da parte di molte donne: la metà pensa che l’arrivo di un bambino peggiori le proprie opportunità di lavoro (percentuale che arriva al 65% se ci si ferma alle donne tra le 18-24enni).

Più della metà degli uomini (il 59%), invece, ritiene che avere un figlio non abbia ripercussioni (negative o positive) sulle proprie opportunità lavorative.

Quasi un quarto delle giovani tra i 25 e i 34 anni ritiene poi di non avere garanzie sufficienti per farsi carico di un figlio, coscienti del fatto che il nuovo nato comporta non solo responsabilità ma anche spese e uno sostegno sociale ancora decisamente inadeguato: le misure di sostegno economico sono ritenute una priorità per la natalità dal 28,5% degli intervistati, seguono i servizi per l’infanzia (26,1%) e le agevolazioni abitative (23,1%).

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