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26.03.2026

Il 13enne che ha accoltellato la prof aveva scritto: la ucciderò, vorrei farlo anche con mio padre. Gli psicologi: cogliere i segnali, aiutare i docenti

Sono sconvolgenti le frasi scritte su Telegram dal ragazzino di 13 anni autore dell’accoltellamento di una docente di francese, la professoressa Chiara Mocchi, avvenuto il 25 marzo in un corridoio della scuola media di Trescore Balneario, in provincia di Bergamo.

Ucciderò la mia insegnante di francese. Non è una scelta casuale, è mirata”, aveva annunciato in inglese il giovane, mostrando anche le armi e il vestiario, tra cui una maglia con sopra scritto ‘vendetta’, che avrebbe utilizzato per portare a termine il gesto.

Il giovane aveva anche scritto, come già scritto dalla Tecnica della Scuola: “Non ho trovato il coraggio di uccidere mio padre”. Quindi ha spiegato di non avere “molti amici perché la maggior parte delle persone” lo “considera strano o insopportabile. Mi piace socializzare, ma allo stesso tempo detesto uscire. Vedere la gente che ride in gruppo mi fa infuriare: sono tutti un branco di stupidi e banali, tutti uguali, come se fossero stati copiati e incollati da un progetto noioso”.

E ancora: “Devi dare un senso alla tua vita e il senso della mia vita è assecondare tutte le mie fantasie, ignorando gli altri e provando il brivido di infrangere le regole, che è il piacere più grande della mia vita”, ha aggiunto il giovane.

Secondo Emi Bondi, direttrice del Dipartimento di Salute mentale dell’azienda ospedaliera Papa Giovanni di Bergamo e past president della Società italiana di psichiatria, il 13enne autore di tutto ciò è ragazzo timido, solo che vive in una “bolla virtuale”, una realtà parallela, principalmente sui social media dove il valore numero uno è quello di apparire.


Per il ragazzino, ha detto la psichiatra all’Ansa, la realtà ‘vera’ era esistere ed essere visto nell’unico mondo che frequenta e conosce, che è quello virtuale dei social”.

Poi “emerge una evidente difficoltà a tollerare le frustrazioni, tipica delle nuove generazioni cui spesso non sono state insegnate regole stabili e stringenti ed il limite di ciò che si può o non si può fare. In questo caso, il tredicenne aveva preso dei brutti voti, e questo lo ha spinto a vendicarsi senza, appunto, avere alcun senso del limite delle proprie azioni”.

“Il secondo aspetto che emerge è il bisogno di essere visti, il desiderare inconsciamente che le azioni che si fanno diventino un motivo per cui gli altri ti conoscono e ti considerano”.

“Il terzo aspetto è che per realizzare tale desiderio di visibilità si mimano le modalità del virtuale, dei videogiochi, dove aggredire una persona è quasi un’azione automatica, senza sangue e senza conseguenze”.

Quello che servirebbe, secondo Bondi, è “una maggiore presenza dei genitori e della scuola, un controllo del tempo impiegato sui social, maggiore dialogo, e poi i ragazzi hanno bisogno di avere regole precise e di essere educati alla responsabilità ed al fatto che se si sbaglia bisogna risponderne”.

Poi, c’è l’indifferenza di fronte alla sua anormalità a livello di socialità: “L’eccessivo ritiro sociale e mancanza di comunicazione da un lato, o al contrario l’eccessiva irritabilità e aggressività. Gli estremi devono sempre allarmare”.

Maria Antonietta Gulino, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, si è soffermata, a colloquio con Adnkronos Salute, sul fatto che “il ragazzo aveva anche dell’esplosivo in casa: era armato, ma allo stesso tempo ‘disarmato’ di fronte al proprio disagio e a un rancore che, a quanto emerge, covava da tempo. Non è stato in grado di gestire le relazioni. La docente ha rischiato la vita per un gesto impulsivo, segno evidente della mancanza di un contesto capace di intercettare e affrontare questo malessere“.

Secondo Gulino, “non si può continuare ad agire solo in emergenza. La violenza tra giovanissimi, cosiddetta ‘figlio-parentale’, verso adulti e insegnanti è un fenomeno in crescita e non può più essere considerato un fatto privato: riguarda l’intera società”.

E ancora: “Serve tornare al dialogo in famiglia e a scuola, creando occasioni di confronto sui propri impulsi”, ed “è ormai indispensabile introdurre stabilmente la figura dello psicologo nelle scuole e attivare spazi di ascolto in cui gli adolescenti possano sentirsi meno soli e più compresi, meno disamati e più ascoltati. La prevenzione è fondamentale per trasformare rabbia e disagio in percorsi positivi, evitando che sfocino in atti violenti”.

“Il fatto che cresca la domanda di ascolto – ha detto Valentina Di Mattei, presidente dell’Ordine degli psicologi della Lombardia – ci restituisce un quadro di disagio giovanile sempre più diffuso e complesso, che spesso fatica a trovare canali adeguati di espressione. I servizi come ‘Scuola in ascolto’, di cui come Ordine degli psicologi della Lombardia siamo parte attiva, rappresentano un punto di partenza importante, ma vanno ulteriormente potenziati e resi strutturali”.

“In questo quadro è centrale anche la tutela e il supporto agli insegnanti, figure esposte in prima linea e interlocutori privilegiati nel cogliere i segnali precoci. La prevenzione passa da una presenza adulta stabile e qualificata, capace di leggere il disagio prima che diventi emergenza”.

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