Certe divinità, nella mitologia greca, amavano fare scherzi agli umani e pure agli dei, mentre la letteratura ne è piena, a iniziare da Chichibio e le gru. Non siamo come Dioniso e Dolos, né osiamo avvicinarci a Boccaccio, ma ormai da anni questa testata ama architettare, per il 1° aprile, uno scherzo, una facezia, un modo insomma per segnalare che, questa antica usanza, che passa pure come “pesce d’aprile”, per chi “abbocca”, è ancora viva e che per tale motivo amiamo riproporla.
Che è pure un altro modo per distrarre i nostri lettori, lungo lo stretto tempo di una lettura, dalle pesanti notizie delle guerre e dei massacri che, in nome delle divinità petrolifere, in tutta serietà e senza scherzi, vengono somministrate in questi giorni su tutte le prime pagine dei giornali.
In ogni caso, comunque, i nostri lettori possono stare tranquilli: niente scappellotto istituzionalizzato dal ministero dell’Istruzione che sicuramente non lo introdurrà. Forse, a qualcuno imitare le metodologie didattiche ed educative dei conventi di taluni ordini religiosi, dove si insegnava a suon di bacchettate, potrebbe sembrare perfino allettante. Ma, fortunatamente, non è più tempo di pratiche ottocentesche.
Lo scappellotto, infatti, era in voga fino a qualche decennio fa, senza per questo volere citare Collodi e Pinocchio. E perfino certi racconti di Giovanni Mosca o di Pirandello riportano vicende simili, tra scappellotti e conquiste di classi difficili.
Oggi, anzi da qualche decennio, l’istituto della punizione, a iniziare da quella corporale, rimane obsoleto e fuori luogo. Tanto da essere stato, nei tempi recenti, motivo anche di valida denuncia e di condanna, morale e giudiziaria.
E a chi lo considera solo, in fondo, un goliardico segnale di affetto, sarebbe il caso di ricordare il vecchio detto: “scherzo di mano, scherzo da villano”.