Cos’è Alert? È un acronimo e sta per “Ascolta, leggi e ripeti tante volte”. È il metodo che da sempre ha imperato nella nostra scuola, ma nel nuovo millennio è ancora adottabile? Non pare, mentre si fa strada l’idea che occorre “imparare a imparare” e dunque la scuola dovrebbe insegnare a “imparare a imparare”.
Eppure, per molti versi è chiaro il modello indicato da John Dewey, per cui non si educa un ragazzo costringendolo a stare in silenzio, ma permettendogli di trovare la propria voce, mentre è noto che non si impara a pensare ascoltando per ore chi parla, ma imparando a interrogare ciò che si ascolta.
E allora, insegnare a studiare significa, si legge su Vita.it, insegnare a pensare: pianificare, selezionare, collegare, verificare, in pratica è il cuore della didattica per competenze.
La scuola dell’Alert, che non insegna a studiare, non è solo inefficace: è ingiusta, perché solo chi cresce in contesti ricchi di stimoli imparerà interagire e pensare, gli altri restano prigionieri della ripetizione, cosicchè la scuola conserva l’esistente: trasforma disuguaglianze sociali in disuguaglianze scolastiche.
Una scuola orientata alle competenze deve essere un laboratorio metacognitivo dove si sperimenta, si riflette, si impara dagli errori. Perché nessun apprendimento è autentico senza consapevolezza di come si impara. “Imparare a imparare” non è un obiettivo in più: è la condizione di ogni altro apprendimento.
Non tenere i ragazzi in silenzio, come in qualche modo risulta l’orientamento normativo del ministro Valditara, ma aiutarli a dare voce alla propria intelligenza. Il resto è manutenzione dell’ordine, non educazione.
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