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Il pasticcio del calendario scolastico

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Il "caso" della regione Calabria che rinvia di una settimana, dal 16 al 23 settembre, l’avvio dell’anno scolastico, rischia di far esplodere il problema del calendario scolastico e di far emergere le difficoltà e le contraddizioni della gestione regionale della scuola prevista dalla recente legge di riforma costituzionale.
Ovviamente la decisione dell’Amministrazione regionale calabra ha già suscitato un mare di polemiche così come era accaduto qualche giorno prima, quando in Sicilia era stato deciso di spostare addirittura al 30 settembre il primo giorno di scuola.

Ma, per le singole istituzioni scolastiche, i problemi maggiori derivano dal fatto che mentre il "vecchio" Testo Unico del 1994 fissa in 200 giorni di lezione la durata minima dell’anno scolastico, le norme successive (e in particolare il decreto legislativo 112 del 1998) assegnano alle regioni il poter di determinare il calendario scolastico.

Sulla questione è intervenuta anche l’Associazione nazionale presidi che fornisce una propria interpretazione: le scuole – è questa in sintesi la posizione dell’Anp – possono sì apportate modifiche alle date fissate dalle Regioni ma senza diminuire ulteriormente il numero di giorni di lezione fissato dal calendario regionale.

In altre parole: la Regione determina la durata dell’anno scolastico rispettando il tetto minimo di 200 giorni stabilito dal Testo Unico del 1994 mentre le scuole possono adattare il calendario alle esigenze locali, modificando quindi la data di inizio delle lezioni e le festività intermedie.

Secondo l’Anp è pur vero che la recente legge di modifica costituzionale, nell’estendere le materie devolute alle Regioni, fa esplicitamente salva "l’autonomia delle istituzioni scolastiche".
Ma, sostiene l’Associazione, tale autonomia "non costituisce un concetto generico o astratto, ma è definita in concreto dal DPR 275/99, che vincola le scuole al rispetto delle determinazioni delle Regioni".

Tale interpretazione appare ragionevole e per molti aspetti condivisibile, ma non sarebbe male, forse, se il Ministero intervenisse con una propria nota di chiarimento in merito, proprio per evitare i comportamenti difformi da scuola a scuola e da regione a regione che quest’anno hanno caratterizzato l’applicazione della legge.