Credo sia importante riportare il dibattito su un piano più aderente alla realtà delle scuole.
Molto spesso si racconta che chi arriva al sostegno da altri percorsi, come architettura, ingegneria o giurisprudenza, lo faccia senza reale motivazione. In realtà, accade anche l’esatto opposto: tanti scoprono proprio in questo ruolo un lavoro profondamente umano, fatto di relazione, crescita e responsabilità. Non è solo una “porta d’ingresso”, ma una scelta che diventa consapevole nel tempo.
La vera criticità oggi non è la mancanza di vocazione dei docenti, ma il sistema in cui sono costretti a lavorare: precarietà cronica, percorsi di formazione continui e costosi solo per restare in graduatoria, un’organizzazione scolastica sempre più complessa.
I dimensionamenti scolastici, in particolare, hanno avuto un impatto pesantissimo: scuole accorpate, istituti sempre più grandi e difficili da gestire, meno attenzione reale agli studenti, soprattutto a quelli con tanti alunni con disabilità. E poi ci si sorprende delle difficoltà del sistema.
Si continua a parlare di formazione come se fosse l’unica soluzione, ma non è così. La formazione è importante, certo, ma un docente con anni di esperienza ha già competenze solide che devono essere riconosciute, non continuamente rimesse in discussione.
Il punto centrale, a mio avviso, è un altro: bisogna investire davvero nella scuola e avere il coraggio di cambiare modello organizzativo. Serve tornare ad avere i presidi nelle scuole, non dirigenti scolastici chiamati a gestire istituti enormi e dispersivi.
Servono Presidi (e non dirigenti scolastici) presenti, alla guida di scuole piccole, con segreterie snelle ed efficienti, e comunità scolastiche realmente a misura di studente.Parliamo di istituti con un massimo di 250-300 alunni: solo in contesti così si può garantire attenzione, inclusione reale e qualità educativa, tsoprattutto quando sono presenti studenti con disabilità.
E insieme a questo, una priorità assoluta: stabilizzare i docenti precari. Non è più rinviabile.
Sono anni che nella scuola si fanno tagli invece che investimenti. Senza un’inversione di rotta, più risorse, più stabilità, scuole più piccole e gestibili, ogni riforma rischia di restare solo sulla carta.
La vera domanda, allora, resta questa: perché nessuno affronta davvero questi nodi strutturali, che chi vive la scuola ogni giorno conosce fin troppo bene?
Alberto Bamonti