Ogni estate ha il suo tormentone che ci accompagna piacevolmente nelle nostre giornate a torso nudo e costume a mutandone per gli uomini, rigoroso due pezzi per le donne. Chi non rientra in certi canoni estetici cerca di camuffare.
Settembre. Inizio nuovo anno scolastico. Non un nuovo tormentone, ma sempre quello, da anni: “congruo, ma quanti compiti in sostanza?”.
Lo so, sembra troppo scomodare il filosofo Nietzsche per una cosa da niente. Ma perché lasciarlo riposare in pace a Röcken, nel piccolo villaggio rurale che oggi fa parte del comune di Lützen, nella regione della Sassonia-Anhalt in Germania? Svegliamolo per il suo amato-odiato eterno ritorno del sempre identico, magari qualcuno troverà lo spunto per una rapida ripassatina del suo pensiero.
Nel Collegio, nei Dipartimenti i punti da discutere sono sempre quelli, appunto: un eterno ritorno del sempre identico:
– trimestre, quadrimestre o pentamestre (meglio mensile, toh);
– le solite griglie di valutazione;
– le programmazioni (ma i nuclei fondamentali della disciplina sono sempre quelli);
– quante verifiche fare? Un congruo numero! Sì, ma quante?
Il problema, secondo me, non è che il dipartimento discuta di trimestre o quadrimestre, programmazioni e griglie di valutazione. Sono questioni che richiedono una scelta condivisa, ci mancherebbe. Mi domando piuttosto perché debbano essere ridiscusse ogni anno prima dell’inizio della scuola a settembre, da zero, anche quando non è cambiato nulla.
Se gli argomenti fondamentali della disciplina sono sostanzialmente gli stessi; se le griglie funzionano e nessuno propone modifiche motivate; se trimestre/quadrimestre è già stato sperimentato e non sono emersi elementi nuovi, non si potrebbe semplicemente confermare quanto deliberato l’anno precedente, dedicare dieci minuti agli adempimenti formali e utilizzare il resto del tempo per questioni realmente didattiche: che cosa non ha funzionato? Dove hanno avuto difficoltà gli studenti? Che cosa conviene cambiare? Come affrontiamo l’IA? Come valutiamo davvero una competenza e non soltanto un’interrogazione? Perché i ragazzi stanno in giro per i corridoi? Perché fanno fatica a seguire una lezione, tanto che dopo dieci minuti non hanno più l’attenzione?
Come dire, si ha la sensazione paradossale e, mi si consenta anche ridicola, di passare molto tempo a programmare ciò che sappiamo già che faremo e molto meno a discutere di ciò che accade davvero quando chiudiamo la porta dell’aula.
Purtroppo anche nella scuola si vive di paradossi (chi volesse approfondire, c’è un bel libro «Perle ai porci»).
Un altro punto “importante” all’ordine del giorno prima dello squillo della campanella: il test di Latino.
Per una classe che inizia Latino per la prima volta, un “test d’ingresso di Latino” è logicamente curioso: non posso accertare prerequisiti disciplinari di una disciplina che gli studenti non hanno ancora studiato. Ma ci rendiamo conto? Faccio il test d’ingresso di Latino a uno che non ha mai studiato Latino?!
Ha invece senso verificare i prerequisiti linguistici necessari per affrontare il Latino: riconoscere soggetto e predicato, distinguere le parti del discorso, individuare complementi, comprendere la struttura della frase, avere un minimo di lessico e consapevolezza grammaticale. Ma gran parte di queste informazioni può già emergere dalla prova d’ingresso di Italiano, se costruita adeguatamente.
Semmai il docente di Latino potrebbe chiedere che nella prova comune di Italiano siano presenti alcuni quesiti mirati ai prerequisiti grammaticali. Questo avrebbe una funzione diagnostica reale. Ma è un problema da risolvere in due minuti, non un secondo in più.
Anche l’accoglienza, la conoscenza della classe, la rilevazione dei prerequisiti: non è una decisione didattica nuova: sono cose che normalmente un docente fa all’inizio dell’anno da decenni. Da sempre.
Non sarebbe meglio parlare di inclusione, di come migliorare l’accoglienza, di come comportarsi con i ragazzi diversamente abili, di vedere se i test d’ingresso abbiano ancora senso, di verificare quali informazioni abbiano realmente fornito l’anno precedente, se vadano modificati o eliminati. Quella sarebbe una riunione didattica!
Altrimenti si finisce nel paradosso di “programmare la programmazione”.
Se una pratica è ormai ordinaria, consolidata e invariata da anni, perché ogni settembre dobbiamo riunirci per decidere che anche quest’anno faremo ciò che facciamo ogni anno? Mah! Anticipo la risposta a un’eventuale accusa: essere pagati per lavorare non significa essere pagati per perdere tempo!
E poi la perla: “un congruo numero di verifiche”! Sì, ma quante?
Benedetto Iddio e tutti i Santi Apostoli nei loro sarcofagi: «Congruo» non significa un numero preciso. Significa adeguato, proporzionato, sufficiente rispetto allo scopo. Quindi chiedere ogni settembre «ma congruo numero che vuol dire, quante verifiche in sostanza?» come se dal dibattito dovesse finalmente uscire la cifra definitiva è piuttosto comico.
Se si vuole stabilire quante verifiche siano necessarie, allora bisogna deliberare un numero minimo: due, tre, quattro. Basta. Finito.
Dimenticavo una cosa: l’orario di entrata! Qui si è inflessibili! Massimo sei-sette minuti di ritardo! Con la pretesa di trasformare in una regola numerica ciò che richiede anche giudizio educativo.
Perdonatemi, ma io mi chiedo: ci vuole molto a capire che nessun regolamento può sostituire completamente il buon senso del docente?
C’è una differenza evidente tra lo studente che arriva sistematicamente dieci minuti dopo perché ha capito che può farlo e quello che arriva eccezionalmente in ritardo per un autobus saltato, una visita, un problema familiare o un contrattempo riconoscibile.
E soprattutto il docente, dopo qualche settimana, conosce i propri studenti. Educare significa anche saper distinguere i casi, non soltanto applicare il cronometro.
E allora la domanda: «Ma davvero per sapere se un ragazzo è in ritardo ci serve l’orologio e per capire perché è in ritardo non ci serve più il docente?
Mi corre l’obbligo di precisare una cosa: io non voglio criticare le regole in sé, ma il rito annuale di discutere nuovamente ciò che è noto, consolidato o risolvibile con il semplice buon senso professionale.
Piero Juvara