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Prima ora - le notizie del 7 settembre

07.09.2026
Aggiornato alle 09:55

Impastato ancora “divisivo” per molti giovanissimi italiani? Lo è anche dire la verità?

Marzo 2024: il 73% degli studenti del Liceo Scientifico Santi Savarino di Partinico (Palermo) votano contro la proposta degli organi collegiali di intitolare il liceo a Peppino Impastato, perché “divisivo” in quanto comunista. Eppure, a dirla tutta, anche il nome di Santi Savarino — controverso ex senatore radicato nel territorio ma destrorso, tra i firmatari nel 1938 del fascista “Manifesto degli scienziati razzisti” non era certo meno divisivo, e proprio per questo gli studenti degli anni precedenti avevano chiesto di cambiar denominazione al liceo. Ora, invece, ben 797 studenti su circa 1.300 votavano contro. Il comune di Partinico era stato sciolto per mafia, e gli studenti contrari al nome di Impastato consideravano il nuovo nome calato dall’alto per questo motivo.

Un Liceo oggi più coerente col proprio nome

Veniva dunque considerata divisiva la figura di Peppino Impastato, giovane giornalista che si era ribellato attivamente al padre mafioso e alla mafia stessa; la quale per questo lo aveva massacrato trentenne il giorno stesso dell’assassinio di Aldo Moro (9 maggio 1978), riuscendo in un primo tempo a farlo credere morto accidentalmente nel preparare una bomba.

Dopo il voto contrario degli studenti, tuttavia, la questione fu ripresa in esame dagli organi collegiali e, dopo ampio dibattito, si decise di intitolare il liceo non solo a Peppino Impastato, ma anche a sua madre Felicia, non comunista come lui (e quindi meno divisiva), ma anche lei “partigiana della legalità”, impegnata nella denuncia dell’incultura mafiosa.

Ferita rimarginata?

Oggi il Liceo Impastato di Partinico pare aver superato questa ferita. Il progetto nazionale PretenDiamo Legalità”, cui la scuola aderisce in collaborazione con Ministero dell’Interno e Polizia di Stato, prevede incontri con forze dell’ordine e magistrati, per riflettere su rispetto delle regole, contrasto alle mafie e uso consapevole di social network e web. Inoltre il Liceo mantiene un canale preferenziale di dialogo con la Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato di Cinisi (comune di nascita e morte di Peppino Impastato stesso). Gli studenti partecipano all’approfondimento della storia della criminalità organizzata in Sicilia e sulle figure simbolo del riscatto sociale.

Se i giovani non riconoscono più il valore di chi ha lottato per la giustizia

Tutto risolto dunque? Probabilmente sì. Resta comunque, inquietante, un interrogativo: perché oggi tre studenti su quattro di un liceo italiano possono non provar più ammirazione per un eroe che, alla loro età, già rischiava la vita contro la piovra mafiosa, sbeffeggiandola e smascherandola in tutti i modi possibili? Come può oggi un adolescente convincersi che la lotta e il sacrificio di una vittima della mafia siano sminuiti dalle sue idee politiche? Chi soffia sul fuoco della disinformazione e dello sviamento di un’intera generazione (soprattutto se la stessa generazione raramente legge libri, spesso dipende dal proprio cellulare e non è più capace di pensiero complesso)? Chi nel 2026, dopo 80 anni di Repubblica democratica, ancora scinde l’educazione da precisi valori etici (e quindi anche politici), considerandoli “divisivi”? Tutto ciò sarebbe potuto succedere 50, 30, 15 anni fa?

In democrazia l’educazione non può essere neutrale

Il neoliberismo imperante ci ha abituati a pensare che, in nome di una presunta “neutralità” assiologica, la Scuola debba consistere in un mero scambiatore di “competenze” professionalizzanti e tecniche. In quest’ottica qualunque forte istanza politica ed etica appare come “indottrinamento”, perché la didattica sembra dover essere “oggettiva” e fondata unicamente sulla “misurazione” delle “performance”. In realtà tutto ciò è oggettivo solo di nome, ma molto ideologico — e pericoloso nella sostanza.

L’educazione, infatti, in democrazia non è mai neutrale, né potrebbe esserlo. In quanto forma i cittadini di domani, educare è un atto di per sé politico. Antifascismo, libertà, solidarietà, uguaglianza, antitotalitarismo sono i valori fondanti della nostra Carta costituzionale: tutto quanto concerne l’insegnamento di valori così fondanti non può venire espulso dalle aule perché “divisivo”: essendo, al contrario, il fondamento comune del pluralismo, che fa vivere la democrazia.

Senza pluralismo, il vuoto valoriale

Tutti noi, istruiti mezzo secolo fa da una Scuola pluralista e democratica grazie alle lezioni di Docenti dalle opinioni politiche le più diverse, proprio per questo siamo riusciti a crearci, in piena libertà, una nostra visione del mondo. Spingere per una Scuola “avalutativa” significa proporre in realtà un vuoto valoriale così totale, da privare i giovani di strumenti critici di fronte alla complessità del reale. Aprire al dialogo con loro non può significare rinunciare ai propri princìpi etici, ma proporli ai discenti senza imporli.

«Pensate che io sia venuto a portar pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione» (Luca 12:51)

Lo stesso Lorenzo Milani voleva insegnare la lingua italiana ai figli dei poveri, per permetter loro di partecipare alla vita politica e sociale del Paese, adempiendo così al dettato costituzionale espresso nel secondo comma dell’articolo 3 («È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini»), perché «è solo la lingua che fa eguali».

Dopo i disastri causati da nazifascismo e totalitarismi Lobbedienza non è più una virtù: educare alla Costituzione significa per Milani educare alla responsabilità individuale e al pensiero critico, spingendo i giovani a rifiutare tutte le ingiustizie, comprese quelle legalizzate o imposte dall’alto.

È “divisivo” tutto ciò? Se sì, lo è perché la verità stessa lo è, in quanto obbliga a schierarsene a favore o contro. Tertium non datur.

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