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In classe fa freddo: riscaldamenti, porte e finestre difettose in una scuola su tre

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L’inverno si fa sentire. E le scuole fatiscenti presentano il conto: perché con i riscaldamenti bassi o mal funzionanti è dura stare in classe. Lo dice uno studente su tre dei 10 mila intervistati dal portale Skuola.net. Ma notizie dello stesso tenore non giungono solo dai sondaggi: arrivano anche dalle scuole, dove gli impianti di riscaldamento e le caldaie più datate sono state messe a dura prova dalle temperature basse. Non è certo una novità: qualche anno fa a Ravenna, il preside dell’Itis ‘Nullo Baldini’ fu costretto a mandare a casa nelle aule c’erano appena 8 gradi. Ma l’impressione è che la situazione stia peggiorando.

Caloriferi quasi sempre difettosi

Sempre in questi giorni, a rendere più difficile la situazione è stato anche il fatto che i riscaldamenti sono stati inutilizzati per diversi giorni durante la pausa natalizia e le festività di inizio anno.

Non a caso, secondo risultati del sondaggio di Skuola.net, il motivo, nel 90% di casi, risale al fatto che i caloriferi non funzionano come dovrebbero.

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Il 31% degli studenti alle prese con le aule fredde dice che i termosifoni riscaldano solo in alcune aree del proprio istituto.

A sentire gli studenti, nel 28% dei casi i caloriferi vengono azionati solo poche ore al giorno. Più di un ragazzo su dieci – il 12% – fa notare che l’impianto è addirittura rotto.

Paradossalmente il Sud, meno abituato a confrontarsi con le basse temperature, che soffre ancora di più: qui è il 40% dei ragazzi a lamentare disagi.

Anche problemi strutturali

Ma c’è dell’altro: a rendere che aule fredde in orario scolastico non sono soltanto i riscaldamenti poco funzionanti.

Per il 13% degli intervistati, vanno messi in conto anche gli spifferi che arrivano da porte e finestre difettosi che non chiudono bene, disperdendo il calore di impianti già non sufficientemente adeguati.

Il portale studentesco ha cercato anche a scoprire come si difendono gli allievi dalle basse temperature in aula.

Ebbene, il 62% degli studenti, per combattere il freddo, non toglierebbe giubbotti, guanti e cappelli, in certi casi anche per tutto il giorno.

Nei casi estremi si arriva a utilizzare addirittura plaid, coperte e stufette elettriche.

L’11% degli allievi ammette che qualche volta è rimasto anche a casa.

Risulterebbe però rarissimo che la scuola venga chiusa a causa del freddo (4%), che si spostino i ragazzi negli ambienti più caldi (4%) o che si proceda all’orario ridotto (2%).

Le proteste

In più della metà dei casi (57%), gli studenti protestano, ma quasi sempre (34%) da soli.

A loro dire, solo nel 19% sono stati affiancati nella contestazione del loro docenti appena nel 4% dei casi questi ultimi si sono fatti portavoce del malcontento.

Tra le forme di protesta, il 26% ha scritto una lettera alle istituzioni scolastiche, il 23% ha scioperato silenziosamente. In più di un caso su quattro, però, si è passati alle vie di fatto: con assemblee straordinarie (8%), autogestioni (7%), manifestazioni (5%), occupazioni (4%) e sit-in (3%).

A chi spetta intervenire

Studenti, docenti e tutto il personale scolastico, quindi, pagano oltremodo le carenze strutturali e la mancata assistenze alle attrezzature varie presenti negli istituti, tra cui, appunto, figura la manutenzione degli impianti.

Quella della gestione dei riscaldamenti, ricordiamo, è una competenza che riguarda direttamente gli enti locali: i Comuni fino alle scuole secondarie di primo grado e le Province (o le istituzioni che ne hanno ereditato il ruolo).

Il problema è che gli enti locali affidano questo genere di competenze alle imprese specializzate, le quali, per vari motivi, come l’alta mole di “chiamate”, si fanno attendere più di qualche giorno prima di intervenire.

Se poi vi sono da sostituire delle parti delle caldaie particolarmente costose o difficilmente reperibili, allora l’attesa si fa ancora più lunga. E le lezioni si svolgono al gelo.