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Inclusione, Galli della Loggia ha fatto bene a smuovere le acque: ecco cosa si potrebbe cambiare senza pensare a classi speciali

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Sì, ha fatto bene il Professore Galli della Loggia ad analizzare, prima con toni aspri poi più pacati e misurati, la legge sull’inclusione, una legge calata dall’alto in modo graduale, ma nello stesso tempo velato e quasi nascosto (almeno così mi è sembrato, ma forse è stata soltanto distrazione!). Un intervento (quello del Docente Universitario) valido e doveroso, non tanto in relazione alla correttezza (o meno) delle osservazioni espresse, ma per il risultato ottenuto.

I pensieri condivisi hanno certamente ‘smosso le acque stagnanti’ delle certezze, costretto gli operatori e gli esperti del settore ad intervenire e a chiarire, senza troppi sofismi, la loro opinione e, comunque, hanno (era l’ora) demitizzato il valore ‘onnipotente’ dell’ inclusione. Ci aspetteremmo, ora, una pubblica presa di posizione da parte della Autorità (pie illusioni?). Insomma sono crollate (o hanno vacillato) certezze finora indiscusse, evidenziate contraddizioni e controindicazioni e messi in rilievo pericoli di fallimenti educativi. E’ un’opportunità che il Professore ci ha dato per discutere, fare il punto della situazione ed, eventualmente, modificare, ritoccare, cambiare (chissà, anche cancellare). Ora un esame approfondito dell’“inclusione”, meriterebbe pagine e pagine di analisi e un vero esperto del settore (questo mi esclude automaticamente).

Un rilievo o due, però, devono essere fatti, anche perché appaiono fin troppo evidenti.

– L’“inclusione” scolastica, anche se ben attuata, non è certo la panacea ai mali educativi della scuola. Pensare di mettere tutti insieme ‘deboli’ e ‘forti’ e che, forse per una forma di osmosi ‘unidirezionale’ (e grazie alla presenza di presunti specialisti), le virtù dei ‘forti’ passino nei ‘deboli’ e li trasformino – le virtù ma anche i vizi -) è un’idea sinceramente un po’ fiabesca. E poi, esiste davvero una panacea ad ogni male scolastico? E se esiste quanto può durare nel tempo di fronte ad un continuo cambiamento della società e della scuola stessa?

– In Italia (il Paese, dicono, scolasticamente più inclusivo, ma non certo il migliore e non solo scolasticamente) la ‘messa a terra’ del progetto di inclusività scolastica è stata attuata, diciamo così, all’italiana, con quella tipica approssimazione e quella inveterata disorganizzazione (unita ad una perenne mancanza di risorse) che caratterizzano, purtroppo, molte iniziative sociali del nostro ‘bel Paese’ e portano a risultati inferiori alle aspettative o, addirittura, a peggiorare le già precarie situazioni di un determinato settore.

Chi vive ‘realmente’ nella scuola (come chi scrive) non può non rendersene conto.

La mancanza di insegnanti di sostegno è palpabile, sicché alla fine si fa ricorso ad insegnanti di sostegno ‘nominati sul campo’, ben poco preparati ad affrontare difficili problematiche educative, competenti nella didattica ‘normale’, ma non nel seguire ragazzi fragili. E non basta certo un breve e confusionario corso per trasformali in prodigiosi specialistici del sostegno. Inoltre l’invasione di certificazioni di disabilità, D.S.A o B.E.S. appare, onestamente, del tutto eccessiva e, forse, risponde a paure e desideri di rassicurazioni dei genitori più che a vere e proprie fragilità degli allievi. Sarebbe necessario vagliare bene tutte queste richieste di ‘protezione’ (così superficialmente concesse e generosamente dispensate dai medici), vedere se sono veramente necessarie o se, alla fine, non indeboliscano (invece di fortificarlo) l’allievo e non lo rendano (benché in origine non lo fosse) insicuro e smarrito. In questo modo la scuola avrebbe mancato ai suoi doveri e avrebbe ‘costruito’ (pur non volendolo) persone incerte e impreparate ad affrontare la vita. Una ‘problema esistenziale’ per loro e uno svigorimento della società. Bisognerebbe vagliare meglio ogni richiesta di ‘sostegno’ (nelle sue varie tipologie). Certo è che, davanti ad una dichiarazione di ‘gracilità’ firmata da medici ‘competenti’, è difficile opporsi.

Più risorse, approfondite competenze, un limitato numero di P.E.P, maggior fiducia e spazio all’esperienza e al buon senso dei docenti (‘normali’); chissà, forse la scuola dell’inclusione funzionerebbe meglio, senza dover neppure pensare (come qualcuno ha fatto) a scuole differenziate. Oppure, ritengono alcuni, sarebbe sufficiente una maggiore organizzazione e l’immancabile presenza dei pedagoghi che dovrebbero, a loro dire, andare a sostituire i docenti, essere i nuovi docenti, pronti a sostenere la qualità delle relazioni interpersonali, a promuovere lo sviluppo cognitivo e creativo e ad affrontare le problematiche presenti nel mondo educativo e formativo (forse, marginalmente, anche ad incentivare la trasmissione critica del sapere).

Sì, ha fatto bene il Professore ha porsi e porre delle domande sulla validità di questa strategia inclusiva adottata dalla scuola. E’ sempre bene, infatti (soprattutto quando si parla di percorsi educativi e formativi ), procedere a un continuo controllo, verificare i miglioramenti, apportare modifiche, elaborare nuove soluzioni e, a volte è necessario, avere il coraggio di ammettere di aver sbagliato e, messo da parte l’orgoglio, saper tornare indietro.

Andrea Ceriani