Le nuove Indicazioni nazionali per i licei, annunciate dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara e trasmesse al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, continuano ad alimentare il dibattito tra gli storici. La seconda bozza del programma di storia introduce alcune correzioni rispetto alla versione precedente, ma secondo molti studiosi lascia sostanzialmente invariato l’impianto culturale della riforma.
Significativa è, in proposito, l’ampia analisi di Luigi Cajani, docente di storia moderna all’università di Roma 3, pubblicata nel portale Historia Ludens.
La modifica più evidente riguarda il Medioevo. Dopo le osservazioni della Società Italiana per la Storia Medievale (SISMED), quella parte è stata completamente riscritta con un linguaggio più rigoroso e aggiornato. Scompaiono definizioni considerate superate, trovano maggiore spazio la storia economica e sociale, il ruolo delle donne e una descrizione più precisa dell’espansione dell’Islam, mentre viene inserito anche il riferimento alla distruzione delle civiltà precolombiane dopo la conquista europea.
Per il resto, però. la struttura del programma cambia poco. Rimangono infatti le critiche all’impostazione generale, che privilegia la storia politica dell’Occidente e dell’Italia rispetto a una prospettiva più ampia e globale.
Secondo Cajani, il nuovo programma appare più simile all’indice di un manuale scolastico che a un insieme di indicazioni didattiche. I contenuti sono organizzati in numerosi “nuclei tematici”, accompagnati da lunghi elenchi di argomenti che dovrebbero orientare il lavoro degli insegnanti. Il risultato, sostiene Cajani, è una lista molto prescrittiva, spesso ridondante e priva di una chiara gerarchia tra i temi principali e quelli secondari.
Le osservazioni non riguardano soltanto l’impostazione generale, ma anche diversi dettagli storici. Tra gli esempi citati compare la descrizione del passaggio dal Paleolitico al Neolitico come semplice transizione “dal nomadismo alla sedentarietà”, una sintesi giudicata imprecisa perché proprio nel Neolitico si sviluppano anche importanti forme di nomadismo pastorale.
Altre modifiche riguardano Alessandro Magno, la cui figura viene riformulata dopo le critiche rivolte alla prima bozza, eliminando alcune affermazioni considerate storicamente discutibili.
Le perplessità proseguono anche nella parte dedicata all’età moderna. Il colonialismo europeo, osserva Cajani, viene raccontato in modo frammentario, concentrandosi soprattutto sulle esperienze spagnola e britannica e trascurando il ruolo di Francia e Paesi Bassi. Anche la Rivoluzione francese viene presentata soprattutto attraverso la stagione del Terrore, lasciando in secondo piano il significato politico e civile che ha avuto nella storia dell’Europa.
Diversi passaggi del Novecento sono destinati a far discutere. Nella ricostruzione dell’ascesa del fascismo, ad esempio, compare un riferimento all'”abilità tattica” di Mussolini, una definizione che l’autore dell’analisi considera superflua e potenzialmente ambigua. Analogamente, il riferimento alle foibe come “dramma del confine orientale” viene indicato come l’unico caso in cui il testo utilizza un’espressione emotivamente connotata per descrivere un evento storico.
Non mancano, tuttavia, alcuni elementi positivi. Il programma dedica maggiore attenzione alla storia delle donne, seguendone il percorso dall’età medievale fino al Novecento, e amplia lo spazio riservato ai processi di industrializzazione, alla nascita della società di massa e alle trasformazioni tecnologiche che hanno cambiato la vita quotidiana.
Il nodo principale resta però un altro: lo spazio dedicato al resto del mondo. Pur comparendo riferimenti al Giappone, alla Cina, alla decolonizzazione e all’indipendenza dell’India, la prospettiva complessiva continua a essere fortemente eurocentrica. Secondo Cajani, questo approccio entra in contraddizione con le stesse finalità dichiarate dalle Indicazioni nazionali, che affermano di voler fornire agli studenti gli strumenti per confrontare la storia e la cultura europea con quelle delle altre civiltà.
La partita, a questo punto, si sposta sulle case editrici e sugli autori dei manuali. Le nuove Indicazioni fissano infatti un quadro di riferimento, ma saranno i libri di testo a stabilire quanto spazio dedicare alle società extraeuropee e alle connessioni globali. Se i manuali conserveranno l’apertura presente nelle edizioni attuali, gli studenti potranno continuare a confrontarsi con una storia più ampia e articolata. Se invece seguiranno rigidamente l’elenco ministeriale, il rischio, secondo i critici della riforma, è quello di offrire una narrazione più limitata, centrata soprattutto sull’Occidente e sulla storia nazionale.
Il confronto, dunque, non riguarda solo l’organizzazione dei programmi scolastici, ma una domanda più ampia: quale idea di storia si vuole trasmettere alle nuove generazioni e quale spazio devono trovare, nella formazione dei cittadini di domani, le connessioni tra Europa e resto del mondo.