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Aggiornato il 02.03.2026
alle 17:52

Insegnanti anziani nelle classi pollaio, inseguendo una pensione che sembra non arrivare più

Iniziò con l’allarme CGIL il 9 gennaio 2025. In silenzio, l’INPS aveva inasprito i requisiti necessari per accedere alla pensione: 2 mesi in più dal 2027, altri 2 dal 2029. Pensione di vecchiaia: età minima 67 anni e 3 mesi nel 2027, 67 anni e 5 mesi nel 2029. Eppure nel 2024 il 25° Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato non calcolava incrementi per il 2027, ma un aumento di un solo mese nel 2029. Inoltre i partiti di governo avevano promesso in campagna elettorale il pensionamento con 41 anni di contributi per tutti: ossia il superamento della legge Monti-Fornero. In barba alle promesse, invece, si faceva concreto il rischio di dover lavorare fino a 70 anni per la pensione di vecchiaia.

INPS in difficoltà? Perché allora le pensioni d’oro non si toccano?

La risposta di governo e INPS all’allarme di CGIL? Una parziale ritirata strategica: rimosse o modificate le simulazioni sull’età pensionabile dal 2027.

Gli “esperti” tuttavia, avvisavano che la “speranza di vita” sarebbe tornata a crescere dal 2027: motivo per cui, cari italiani, campate troppo, siete troppi e dovete tirar la cinghia, ossia lavorare di più e guadagnare di meno. Il che, nel Paese delle pensioni d’oro — superiori a 5.000 euro lordi mensili — per più di 60.000 privilegiati (quasi tutti al Nord), che costano 5,1 miliardi di euro all’anno, dà un po’ fastidio. Ma si sa, i ricchi son sempre pochi, e la Repubblica tutela le minoranze…

Prima la smentita, poi il peggio

Un anno dopo, l’aumento dell’età pensionabile è un dato di fatto. In seguito alla Legge di Bilancio 2026 (Legge n. 199/2025) l’INPS, col messaggio n. 558 del 17 febbraio 2026, ha confermato tutto (in peggio): incremento d’un mese per il 2027, di 3 mesi per il 2028. Le previsioni demografiche ISTAT e la Ragioneria Generale dello Stato potrebbero portare il requisito per la pensione di vecchiaia a 67 anni e 9 mesi entro il 2033: 3 mesi in più per il biennio 2029-2030, altri 2 per il 2031-2032 e un mese ulteriore per il 2033-2034.

Una condizione che supera la fantasia di Čechov

Saranno almeno 5.000, secondo CGIL Roma, gli “esodati” solo nel Lazio dal 2027: senza pensione, né stipendio, né lavoro. Scenario davvero degno del Paese con “la Costituzione più bella del mondo”, ove le leggi sul lavoro possono cambiare d’improvviso, senza riguardo per accordi presi, calcoli fatti, decisioni maturate per fiducia nello Stato.

Così un docente, che abbia iniziato a insegnare 37 anni fa, certo di pensionarsi a 60 anni con liquidazione e pensione dignitose, si prepara oggi, a 63 anni suonati, a lavorare ancora, fino a 68-70 anni, con una paga umiliante, in classi numerose, in una irriconoscibile scuola-azienda, burocratica e gerarchica, più rassegnato, disprezzato e sottopagato d’un travet da racconti di Anton Čechov.

«Usurante l’insegnamento? Ma se lavorate tre ore al giorno!»

D’altronde in questo Paese, degno del Comune di Acchiappacitrulli di collodiana memoria, il lavoro docente non è considerato usurante. Il docente all’italiota medio d’oggi dà fastidio, perché è colui che può dar voti sgraditi alla prole. Motivo per cui, chi insegna da anni ha ormai imparato la regola aurea, secondo la quale «se un alunno ti crea grossi problemi, conosci i genitori e capirai che il loro figliuolo ne è migliore».

I docenti sono, difatti, una delle categorie con salari più esigui, la cui pensione è un punto interrogativo. Per le nuove generazioni (anche di docenti) la pensione è ormai un sogno. Il potere (politico e finanziario) addossa la colpa di ciò alla generazioni precedenti, spingendo i giovani a odiarle, e togliendo loro la capacità di riconoscere il vero nemico: chi specula sul mondo delle “pensioni integrative” e dei “fondi pensione” (con la benedizione di organismi sindacali grandi e influenti).

L’INPS non ce la fa? E allora perché addossargli anche la spesa assistenziale?

Intanto levasione fiscale italiota supera abbondantemente i 100 miliardi annui, quella contributiva i 12: ne godono non poche aziende e botteghe, i cui esercenti (come pure i lavoratori autonomi), pur avendo versato cifre minime, riceveranno comunque almeno le pensioni sociali, pagate pur sempre con i contributi versati dai lavoratori. Eppure una persistente propaganda sostiene che lo Stato non può mantenere troppi pensionati. Si cerca così di farci dimenticare che il patrimonio dell’INPS — un tempo anche il suo grande patrimonio immobiliare, poi incomprensibilmente svenduto a privati con le “cartolarizzazioni” — non appartiene allo Stato, perché è stato creato coi contributi degli unici che non eludano il fisco: i lavoratori, privati e pubblici.

La pensione, infatti, è stipendio differito. Pertanto il denaro dei contributi dovrebbe essere usato solo per la previdenza (ossia, appunto, per le pensioni) e non per l’assistenza sociale. Che senso ha, allora, l’aver accollato anche quest’ultima all’INPS? Forse proprio per dimostrare che l’INPS non può farcela?

Eppure è evidente che le pensioni si salvano affidando all’INPS solo la previdenza, e non l’assistenza. Oggi, invece, l’INPS deve occuparsi, coi soldi dei lavoratori, anche di sostegni alla povertà e al reddito (assegni sociali, reddito di cittadinanza, ecc.), sostegni alla famiglia e alla maternità (assegno unico e universale e così via), invalidità civile e disabilità (pensioni di inabilità agli invalidi civili e via distribuendo), sostegni al lavoro e malattia (indennità per degenza ospedaliera e molto altro).

L’inferno per chi ha studiato e meritato, il paradiso per nababbi e furfanti?

Malgrado tali storture, frastornati da disinformazione, calcio, cronaca rosa, nera e arcobaleno, olimpiadi, festival della canzonetta e finti dibattiti tra politicanti sbraitanti, gli italiani non vedono che il Bel Paese si trasforma velocemente nel paradiso di straricchi e profittatori. Alla faccia di diritti e democrazia.

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