Raramente i docenti d’oggi si curano delle istituzioni democratiche della Scuola. Viste come vani carrozzoni, esse rivestono in realtà un’importanza fondamentale. Una di queste istituzioni è il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione: il quale — nato già nel Regno di Sardegna del 1847 come organo (burocratico e di nomina governativa) per il controllo gerarchico sull’istruzione — divenne nel 1859 (con la Legge Casati) organo tecnico per supportare i vari gradi dell’istruzione stessa. La Repubblica lo rese organo di consulenza del ministero. Infine i Decreti Delegati del 1974 (DPR 416), frutto dell’impegno democratico degli anni ’60, lo trasformarono in Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione (CNPI), per la prima volta parzialmente elettivo e aperto alla rappresentanza di studenti, genitori e docenti.
Nel 1999 fu tramutato invece in quel che è oggi: Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI). La Legge Bassanini (L. 59/1997) aveva riconosciuto l’“autonomia” delle istituzioni scolastiche. Il D.Lgs. 233/1999 definì funzioni e componenti del CSPI, col fine dichiarato di renderlo garante dell’unitarietà del sistema scolastico, e con la funzione di esprimere pareri obbligatori ma non vincolanti su ordinamenti, politiche del personale e programmi. Stranamente, però, se ne ridussero le rappresentanze elettive.
Infatti, il CNPI del 1974 aveva avuto 74 membri, il CSPI del 1999 ne ha 36 (meno della metà). Nel CNPI la parte maggioritaria (65 membri) era elettiva: tra di essi ben 47 docenti. Il CSPI del 1999, invece, ha 36 membri, di cui solo 18 elettivi (la metà): 15 del personale scolastico statale (con soli 12 docenti, 2 dirigenti scolastici, 1 ATA); 1 delle scuole di lingua tedesca, 1 slovena, 1 della Val d’Aosta.
Nel “vecchio” CNPI 9 membri (12,67% del totale) erano nominati o designati dal ministro della pubblica istruzione: 3 docenti di scuole private, designati dal ministro; “esperti” e rappresentanti sociali, designati da CNEL, sindacati, associazioni professionali dei docenti e università; rappresentanti degli studenti delle scuole secondarie superiori; rappresentanti delle associazioni dei genitori. Nel “nuovo” CSPI sono 18 (50% del totale) i componenti designati dal ministro: 15 del mondo della cultura, dell’arte, della scuola, dell’università, del lavoro, delle professioni e dell’industria, dell’associazionismo professionale; di essi, 3 sono “esperti” designati dalla Conferenza unificata Stato-Regioni, città e autonomie locali, e 3 sono “esperti” designati dal CNEL. Altri 3 componenti sono nominati in rappresentanza delle scuole paritarie, tra quelli designati dalle rispettive associazioni.
La differenza è evidente: nel “vecchio” CNPI i docenti erano il 63,51% del Consiglio; nel “nuovo” CSPI la rappresentanza docente scende al 33,33%: solo un componente su tre è un docente eletto dalla base. Col pretesto di adeguare il CSPI ai “nuovi” princìpi di autonomia scolastica, si è depauperato il peso dei docenti nelle decisioni consiliari, di pari passo con la generale svalutazione degli stessi, in voga da 40 anni almeno.
Il non notare tutto ciò rende i docenti attuali ancor più ignari di quanto si prepara loro, nonché sempre più remissivi di fronte al vento che spinge le vele della nazione verso lo smantellamento della Scuola pubblica.
Mentre si riduceva la rappresentanza docente nel CSPI, non a caso, si sopprimevano i Consigli Scolastici Provinciali (CSP): erano il legame democratico tra territorio e scuole, per docenti e ATA primo livello di confronto e garanzia, nonché organo di rappresentanza basilare. La perdita progressiva della democrazia interna ha favorito la deriva burocratica degli organi di garanzia superstiti. Tutto ciò è accaduto col beneplacito dei sindacati “maggiormente rappresentativi”.
Altro istituto cardine soppresso furono i Consigli di disciplina, eletti dai docenti e operanti presso il “vecchio” CNPI. Essi garantivano che l’operato del docente fosse giudicato da docenti (gli unici che conoscono il lavoro di insegnare): in tal modo il giudizio non poteva esser condizionato dalla politica o dalla gerarchia. Oggi, al contrario, dopo i provvedimenti “brunettiani”, persino il DS (dirigente scolastico), trasformato in vero e proprio giudice monocratico, può infliggere al docente sospensioni fino a 10 giorni.
Insomma, prima della “autonomia” il sistema della rappresentanza dei docenti era partecipato e diffuso; al contrario, l’attuale verticalizzazione ha reso la rappresentanza una formalità e un’apparenza. Tant’è che la disaffezione dei docenti è sempre maggiore. Fuggirne e disinteressarsene, comunque, lungi dall’esser la soluzione, non fa che peggiorar le cose, lasciando il potere a chi non insegna: uno dei tanti motivi del peggioramento della qualità dell’istruzione in Italia e delle condizioni di vita dei docenti.
Si aggiunga poi che, mentre le elezioni del “vecchio“ CNPI si tennero regolarmente, come previsto, ogni 5 anni, i vari governi dal 1999 a oggi (27 anni!) hanno “concesso” le elezioni del “nuovo” CSPI solo due volte: 28 aprile 2015 e 7 maggio 2024. Per di più con qualche tratto di opacità, come una recente sentenza del TAR Lazio ha dimostrato. Fu vera “democrazia”? Ai posteri l’ardua sentenza.
Occorre riconoscere questa situazione, onde confutare questo sistema centralizzato spacciato per “autonomia scolastica”. È necessario e urgente riconsegnare il diritto di parola ad assemblee, territori e organismi collegiali: come fu quando la scuola non era un ufficio ministeriale periferico, ma una comunità democratica, che educava i giovani alla democrazia e al pensiero critico. E senza democrazia nella Scuola, tutta la società è in pericolo.