… Hey, teacher, leave us kids alone
All in all, you’re just another brick in the wall
Il merito principale del documentario D’istruzione pubblica sta nel fatto di aver smosso le acque della palude in cui troppo spesso ci si ritrova quando si parla della scuola italiana. Suscitare reazioni penso fosse l’obiettivo dei due registi, Federico Greco e Mirko Melchiorre – in questo hanno sinora avuto successo, poiché il documentario ha registrato il “tutto esaurito” nelle sale delle città italiane in cui è stato proiettato e ha ricevuto commenti discordanti.[1]
Il documentario, autoprodotto, è il terzo capitolo di una trilogia (il primo dedicato ai PIIGS, il secondo alla situazione della sanità in Italia). Gli autori intendono denunciare, attraverso la loro inchiesta, i danni derivanti dalle politiche neoliberiste, socialmente regressive. La struttura di D’istruzione pubblica è piuttosto semplice: il filmato apre con lunghi titoli di testa, caratterizzati da un montaggio veloce, in cui vediamo brevi sequenze di manifestazioni studentesche anche di tempi non recenti, accompagnati dalla più classica (e prevedibile) delle colonne sonore, i Pink Floyd che cantano Another brick in the wall. Il film procedepoi su tre livelli. Il primo: brevi interventi di intellettuali e studiosi di scuola ed educazione, che intrecciano un discorso corale di critica alla scuola italiana degli ultimi decenni. Il secondo: una vicenda esemplare, quella di Lorenzo Varaldo, preside dell’istituto comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino. Suo è il compito di spiegare in concreto quali siano gli effetti causati dalle riforme degli ultimi decenni: in sintesi estrema, tre decenni di neoliberismo hanno portato ad un complessivo peggioramento del livello culturale degli studenti, contro il quale ci si può ancora battere, non abbassando la guardia e non cedendo alle sirene del pedagogismo.
Infine c’è un terzo livello, accessorio, costituito da brevi filmati di animazione che, in modo più o meno fantasioso, si inseriscono nella trama del documentario, con il fine (che non mi pare riuscito) di alleggerire l’insieme e l’intenzione di arrivare ad una sintesi (che vorrebbe essere graffiante) dei contenuti esposti in precedenza. I tre livelli ribadiscono tutti gli stessi concetti: si parte da quello che viene individuato come il momento iniziale del piano inclinato su cui ci troviamo, la Legge Bassanini (1997), che introduce l’idea di autonomia scolastica, poi messa a punto dalla riforma Berlinguer e mai abbandonata dalle successive riforme di centro-destra e centro-sinistra. Il conseguente processo di aziendalizzazione delle scuole porta con sé la necessità di insegnare con altri metodi: si afferma l’idea che la trasmissione del sapere sia finalizzato all’acquisizione di competenze, spendibili nel mercato del lavoro. Insomma, viene estromessa l’idea di acquisizione libera e gratuita del sapere.
Il futuro lavoro diviene la vera motivazione dello stare a scuola. Ne derivano subalternità della scuola al mondo del lavoro, pedagogismo come fiducia cieca nel fatto che, variando il metodo, si risolvano i problemi dell’insegnamento, conseguente primato dell’introduzione di nuove tecnologie informatiche nell’apprendimento, tramonto della capacità critica a vantaggio dell’esecuzione di compiti semplici e infine, come lapidariamente afferma Benasayag, il consolidarsi non di un nuovo modo di insegnare ma di un tentativo di modellare un nuovo essere umano, asservito alle esigenze della società di cui fa parte.
La politica scolastica dell’UE non la fanno le varie commissioni preposte ma, sin dagli anni Ottanta, l’ERT (European Round Table for Industry), un tavolo cui partecipano i principali imprenditori europei e che ha assunto posizioni nette verso l’istruzione: la scuola deve formare il capitale umano e addestrarlo al lavoro futuro.
Devo confessare che mi aspettavo di più, a causa delle vivaci polemiche sorte dopo le prime proiezioni. Una scritta in sovraimpressione che compare all’inizio del filmato mi aveva indotto a ben sperare. La scritta informa lo spettatore che i lavoratori della scuola (docente e personale tecnico e ausiliario) sono più di un milione.
La mia speranza era che il documentario prestasse attenzione soprattutto ai dati materiali che determinano l’assetto della scuola nel nostro Paese; sono dati noti, ma non si dà loro il giusto peso.
Faccio un elenco sommario delle informazioni che, a mio avviso, erano indispensabili e che compaiono fugacemente o non compaiono proprio: quasi la metà dei docenti italiani ha più di cinquanta anni, il 3% ne ha meno di trenta. E poi: l’80% dei docenti è donna, con punte che sfiorano il 99% nella scuola dell’infanzia e nella primaria. Ancora: il 79% dei docenti ha un contratto a tempo indeterminato, da cui consegue che più del 21% ha un contratto di lavoro precario. Peggio: secondo un’indagine sviluppata dal’Health & Sustainability lab dell’università Bicocca di Milano la metà dei docenti intervistati soffre di burnout e il 35% dei docenti ha considerato seriamente l’idea di licenziarsi. Infine, un dato che illumina tutti gli altri: “La percentuale di insegnanti che dichiara di essere, tutto sommato, soddisfatta del proprio lavoro è del 96% (superiore alla media OCSE: 89%)”.
Ora, pur senza giurare sulle indagini statistiche[2] chiunque legga questi numeri si dovrebbe porre una domanda: come può un lavoratore dichiararsi soddisfatto per un lavoro mal retribuito, lentissimo quanto alla progressione economica, gravato da una pesante burocrazia, che spinge verso il crollo nervoso? La risposta, quasi inevitabile, è che troppi docenti quando parlano di se stessi rispetto al proprio lavoro mentono, per varie ragioni. Non trascurerei la fortissima presenza femminile per spiegare tale contraddizione. La capacità di adattamento delle donne è in genere forte: sembra quasi che il dichiararsi insoddisfatte del proprio lavoro sia un riconoscimento della propria incapacità, cosa che, a dire il vero, non è affatto così. Per inciso, la schiacciante presenza femminile ha trasformato, anche nell’immaginario, l’insegnare in un lavoro di cura alla persona.
Ecco una prima critica al documentario: parlare di scuolalimitandosi ad accennare alle condizioni materiali in cui si trovano ad agire i protagonisti dell’insegnamento lascia in ombra un fattore fondamentale.
E lascia aperta e respinge nel non-detto due domande cruciali: può una società a crescente diseguaglianza sociale custodire al proprio interno una scuola emancipante? A quali condizioni? La seconda domanda: come mai l’esercito degli insegnanti italiani si è fatto schiacciare ed avvilire per un lungo quarto di secolo senza ribellarsi, come mai non ha reagito a quattro riforme segnate da limiti evidenti, limitandosi a qualche manifestazione di dissenso nei momenti più caldi e a molti mugugni nei corridoi delle scuole nella quotidianità? Perché non ha difeso la specificità e la natura alta del proprio lavoro?
Lo scivolamento del lavoro dell’insegnante verso il lavoro di cura è indubbio: il compito di supplenza che è stato rovesciato sulla scuola negli ultimi decenni non fa che confermarlo. Il supermercato scolastico vorrebbe e dovrebbe offrire di tutto, dall’educazione stradale all’educazione sentimentale, si immagini con quale cognizione di causa. Invece di rispedire al mittente tali proposte, mediamente gli insegnanti sbuffano e fanno spallucce. Tanto ci sarà sempre un manipolo di zelanti pronto a fare di tutto, dal corso per ricamo a punto croce in avanti.
La conseguenza più evidente l’abbiamo nella scuola primaria: a forza di far di tutto i bambini non imparano a leggere, scrivere e far di conto. Il documentario non evita il tema (soprattutto negli interventi del preside Lorenzo Varaldo) ma ritengo avrebbe dovuto insistere ancor di più sulla crisi dei docenti collegata al fallimento della scuola dell’autonomia, la quale, dopo un quarto di secolo, produce ogni anno che passa, risultati peggiori e rafforza la diseguaglianza tra le scuole e tra gli studenti, a danno dei più fragili (socialmente, economicamente, culturalmente). Lo confermano persino le rilevazioni ufficiali (Invalsi, PISA): se la ricetta non funziona non sarebbe giunta l’ora di cambiare?
Gli attori del cambiamento dovrebbero essere i dirigenti (ma sono troppo occupati ad essere l’ultimo anello di una catena di comando che parte dal Ministero) e i docenti, quelli stessi che sbuffano in sala insegnanti, troppo disillusi e stanchi per immaginare, collettivamente, una scuola diversa.
CONCLUSIONI
Tra gli intellettuali intervistati in D’istruzione pubblica c’è anche Lucio Russo, morto lo scorso anno e al quale il film è dedicato. Nel 1998 usciva un suo pamphlet, Segmenti e bastoncini in cui Russo disegnava lo stato della scuola italiana: in alcune memorabili pagine, ironizzava sull’ “evoluzione della didattica” ed io ricordo ancora quanto risi leggendole.
Un difetto grave del ceto docente (ottima definizione, usata da Goffredo Fofi) c’è una quasi totale mancanza di senso dell’umorismo e dell’ironia: non gliene si fa un addebito ma, se si vuole uscire dal pantano, bisogna recuperare distanza e capacità critica e autocritica e smetterla di fare sempre i professori, i maestri, i presidi. Deve crescere la consapevolezza che, in una società ingiusta non può esistere una scuola giusta: di conseguenza, perché la scuola cambi ci dobbiamo occupare del contesto e cercare di mutare la “società della diseducazione”. Da questo punto di vista – che considero essenziale – D’istruzione pubblica, pur con i meriti che gli vanno riconosciuti, non ha centrato l’obiettivo.
[1] Faccio una premessa necessaria: il filmato non si trova ancora in streaming e quindi le mie osservazioni si limitano a ciò che mi ha colpito. Così come il recensore di un libro annota e torna a leggere, magari più volte, i passaggi che a suo avviso sono cruciali, allo stesso modo si dovrebbe poter fare per un film o un documentario, prodotti complessi, in cui si intrecciano immagini, dialoghi, musica, scritte in sovrimpressione. Non avendo modo di tornare su ciò che mi ha colpito, andrò a memoria e mi scuso in anticipo per eventuali inesattezze nei particolari.
[2] I dati precedenti si trovano in: OCSE (2025), Risultati di TALIS 2024: Lo stato dell’insegnamento, TALIS, OECD Publishing, Parigi, https://doi.org/10.1787/90df6235-en