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L’ex ministro Berlinguer: l’insegnamento tra le alte professioni sociali

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  • GUERINI

Collocare la docenza tra le alte professioni sociali. L’appello arriva dall’ex ministro dell’Istruzione, Luigi Berlinguer, parlando alla presentazione del rapporto della Fondazione Giovanni Agnelli ‘La valutazione della scuola. A che cosa serve e perché è necessaria’. ”Noi sottovalutiamo la professione del docente – ha detto Berlinguer – . Finché non la considereremo come alta professione sociale non risolveremo il problema della valutazione” della scuola.

Soffermandosi sul tema dell’incontro, l’ex Ministro ha sottolineato che ”così la verifica dei risultati si renderà necessaria”. Per poi dire che ”il modo in cui si apprende e si insegna in Italia è vecchio di 100 anni: non lo avvertono sindacati e politici, ma le associazioni” di categoria sì.

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”C’è un modello industriale di istruzione”, ha confermato l’ex ministro Francesco Profumo. E per quanto riguarda la valutazione, ha aggiunto quest’ultimo, occorre ”fare un investimento per realizzare una piattaforma aperta che acquisisca i dati già a disposizione. Non ci vogliono tante risorse, ma avremmo una valutazione continua”.

Anche la Fondazione Agnelli, nel volume, offre una proposta di valutazione: il futuro sistema nazionale deve ”concentrarsi sulla valutazione del sistema scolastico (sotto la responsabilità di un Invalsi indipendente dal Miur) e delle scuole (sotto la responsabilità del Miur, attraverso il corpo degli ispettori)”.

Per ”le scuole il premio dovrà essere un maggior grado di autonomia, ad esempio, nella gestione delle risorse umane (fino alla chiamata diretta), dei fondi per la formazione e le tecnologie, nella programmazione didattica”. Per quanto riguarda gli insegnanti, osserva la Fondazione, la loro valutazione dovrebbe pervenire ”attraverso il controllo tra pari alla luce del risultato della valutazione esterna e attraverso maggiori poteri del dirigente scolastico, che può proporre il docente per una progressione di carriera”.

Infine per gli studenti, valutati da insegnanti e Invalsi, occorrerebbe ”l’abolizione dell’esame di terza media, che oggi è mal collocato e non è un central exam, e una certificazione delle competenze al termine dell’obbligo. Quando l’obbligo salirà a 18 anni, la certificazione sarà data dalla maturità. Quest’ultimo resta sotto forma di central exams, con parti standardizzate”. Bisogna ”accelerare”, conclude la Fondazione, sul sistema di valutazione e fare in modo che gli insegnanti non lo considerino uno strumento ”contro di loro”. Alla presentazione del rapporto Agnelli c’era anche il neo presidente dell’Invalsi, Anna Maria Aiello: ”siamo degli esperti che forniscono misurazioni e non valutazioni”, ha detto. Per poi specificare che l’Invalsi ”offre strumenti”, ed è quindi ”come un termometro che può misurare la temperatura, ma per la sintomatologia occorre una valutazione” diversa.

”Dobbiamo continuare a fare rigorosamente quello che abbiamo fatto finora – ha aggiunto Aiello – studiando però anche altre misurazioni”, ”strumenti”, da offrire alla scuola. Bisogna costruire, quindi, ”prove d’opera” diverse e ”alternative”, che misurino ”altre competenze dei nostri studenti: una serie di prove, appunto, per articolare la misurazione”. L’Invalsi non decide la politica, ha concluso il presidente Invalsi, ”è autonomo solo negli strumenti”.

Secondo l’Anief, quella presentata a Roma, presso gli Editori Laterza, è tuttavia una proposta “irricevibile”, perchè “si vorrebbero giudicare la qualità delle scuole e dei docenti attraverso dei giudizi soggettivi che andrebbero ad incidere non solo sull’autonomia e sui fondi da destinare agli istituti, ma, avvalendosi dei pareri di dirigenti scolastici, anche sulla scelta dei docenti e sulle progressioni di carriera. Il sindacato Anief reputa questo sistema di valutazione scolastico a tre “gambe” – Invalsi, Indire e corpo ispettivo – , con le modifiche proposte oggi, incompatibile con le esigenze della scuola italiana: in questo modo non si migliora il livello di efficienza dell’istruzione, ma si realizza solo un sistema punitivo e mortificante delle professionalità di chi opera nel settore, spesso – conclude l’Anief – in condizioni disagiate e al limite della sopportabilità”.