La riduzione della Carta del docente da 500 a circa 383 euro viene presentata dal Ministero come una conseguenza dell’estensione ai docenti precari. L’estensione è giusta. Ma allora viene spontanea una domanda semplice: perché non trovare le risorse per mantenere l’importo iniziale?
Così la percezione nelle scuole è molto negativa. Molti colleghi la vivono come l’ennesimo schiaffo a una categoria che già lavora in condizioni sempre più difficili.
Forse a chi non vive la scuola dall’interno non è del tutto chiaro cosa significhi oggi fare seriamente questo lavoro. Le ore di lezione sono solo una parte. Poi ci sono riunioni, progettazioni, documenti da compilare, una burocrazia sempre più pesante, problemi educativi e personali degli studenti che spesso finiscono comunque sulle spalle degli insegnanti.
Il lavoro non finisce quando suona la campanella. Continua a casa, spesso anche nel fine settimana: compiti da correggere, lezioni da preparare, registri e relazioni da aggiornare.
Sempre più spesso, inoltre, i docenti si trovano ad affrontare situazioni difficili dei ragazzi senza strumenti adeguati. In molte scuole la figura dello psicologo semplicemente non c’è, oppure è presente per pochissime ore, troppo poche per quello che servirebbe davvero.
In questo contesto il rischio di burnout per chi prova a fare bene il proprio lavoro è reale.
La Carta del docente non era certo una cifra enorme. Cinquecento euro all’anno non cambiano la vita. Però erano utili: per comprare libri, seguire un corso, andare a teatro o a vedere una mostra. Molti insegnanti oggi queste cose le fanno sempre meno, semplicemente perché costano.
Ridurre quella cifra, dopo dieci anni in cui è rimasta ferma mentre i prezzi sono aumentati, lascia una sensazione piuttosto amara, quasi quella di ricevere un’elemosina.
Nel frattempo si dice che la carta non è un sostegno al reddito ma uno strumento per la formazione, però si parla anche di usarla per i trasporti in un’ottica di welfare. Anche qui la logica non è chiarissima.
Forse il problema non sono solo quei 117 euro in meno. È il messaggio che arriva.
La scuola italiana ha molti problemi, ma colpire uno dei pochi strumenti che riconoscono qualcosa agli insegnanti rischia davvero di essere una scelta poco lungimirante. Perché, come si dice spesso, sparare sulla Croce Rossa non è mai una grande idea.
Daniela Malini