C’è un paradosso tutto italiano che si ripete ciclicamente, non solo nell’economia o nella burocrazia, ma in quello che dovrebbe essere il vero motore del nostro futuro: la scuola. È il paradosso di chi arriva alla festa quando gli altri stanno già indossando il cappotto per tornare a casa.
Da anni, nel nostro Paese, assistiamo a una vera e propria crociata ideologica contro la lezione frontale. È stata dipinta come il male assoluto: nozionistica, autoritaria, passiva, un ferro vecchio del Novecento da rottamare in favore di una didattica fatta solo di schermi, “flipped classroom”, lavori di gruppo continui e un ribaltamento totale dei ruoli in cui il docente non deve più “spiegare”, ma fare il semplice facilitatore.
Mentre noi eravamo (e siamo tuttora) impegnati a rincorrere quest’ansia di modernismo a tutti i costi, misurando l’innovazione dal numero di tablet accesi in classe, all’estero succedeva qualcosa di straordinario. Paesi come la Svezia, pionieri assoluti della digitalizzazione e della destrutturazione della didattica classica, hanno fatto marcia indietro. Hanno rimosso i tablet dalle scuole d’infanzia, rimesso al centro i libri di testo cartacei e riscoperto l’efficacia insostituibile dell’insegnamento esplicito e guidato dal docente. Hanno capito, dati alla mano, che senza una solida trasmissione del sapere e senza la guida autorevole di un maestro, gli studenti si disperdono e le disuguaglianze aumentano.
E noi? Noi siamo ancora qui a chiederci se la lezione frontale funzioni o meno, a colpevolizzare il professore che “spiega” alla cattedra.
Il vero problema non è mai stato il metodo in sé. Il problema è confondere una lezione frontale noiosa e piatta con l’arte di saper spiegare. Una grande lezione frontale non è un monologo soporifero: è teatro, è passione, è il racconto del pensiero umano che prende vita attraverso la voce di chi quel sapere lo padroneggia. È la parola che crea comunità, che costringe all’ascolto (arte ormai rarissima) e che insegna a strutturare un pensiero logico.
Se un docente non sa catturare l’attenzione dei ragazzi, non sarà un’applicazione sull’iPad a salvarlo. Il problema non è l’atto dello spiegare, ma non saperlo fare.
È tempo di smetterla di essere provinciali, di smettere di importare acriticamente modelli pedagogici stranieri proprio mentre quegli stessi Paesi li stanno abbandonando perché fallimentari. Non possiamo permetterci di restare sempre un passo indietro, condannando la nostra scuola a una perenne e sterile rincorsa.
Ridiamo dignità alla parola, alla spiegazione e alla competenza dei docenti. Gli studenti non hanno bisogno di animatori digitali, hanno bisogno di maestri.
Maria Vita Pace