In queste settimane, con appuntamento fisso il lunedì, dal 12 gennaio, va in onda in prima serata su Rai1 la fiction La Preside, basata sulla storia vera della dirigente scolastica di Caivano Eugenia Carfora, interpretata da Luisa Ranieri.
Il critico televisivo Aldo Grasso, su Il Corriere della Sera, ha fatto un commento sulla serie tv estendendo il discorso anche al mondo della scuola. “Era giusto fare una serie su questo caso qua, però ci dice molto anche sulla realtà attuale, cioè che cosa è diventata la scuola. Dobbiamo delegare a una Preside, alla volontà di una persona, diciamo pure al suo senso missionario, la riqualificazione di una scuola, il fatto di rimotivare dei ragazzi che altrimenti sarebbero perduti oppure è compito di altri?”.
“Ho quasi il sospetto che ormai un domani diventino tutti soggetti televisivi perché lo Stato è incapace di risolvere questi problemi perché non ci sono forze sufficienti per affrontarli, perché non ci sono forze, mezzi sufficienti. La scuola era un elemento fondativo importante, ora è una sorta di area di parcheggio”, ha concluso amaramente.
La serie tv è stata presentata a ottobre in anteprima al Festival del Cinema di Roma. La protagonista Ranieri ha discusso con la stampa in merito al mondo della scuola, dicendo la sua su alcune questioni. “Ci sono tantissime Eugenia Carfora, altrimenti questo Paese non andrebbe avanti. Tantissimi dirigenti scolastici e professori che, nonostante siano sottopagati, danno il massimo che possono dare perché fanno il loro mestiere per bene e con passione. E questo mi commuove tantissimo. Poi ce ne sono altri che lo sono meno, ma non li biasimo perché non sono visti dalle istituzioni e da tutti i governi. Tutti dovrebbero investire sulla scuola perché crei cittadini del futuro, crei delle persone consapevoli: istruzione vuol dire sviluppo di un Paese”, queste le sue parole ad Adnkronos.
Per l’attrice “chiedere ‘come stai oggi?’ Oppure dire a un giovane ‘per qualsiasi cosa chiamami’ conta più di una lezione di matematica o di italiano. Perché in questa società e nella loro solitudine in cui i ragazzi sono un po’ persi tra l’apparire e il non sapere le loro potenzialità, la scuola, la famiglia e i punti di riferimento sono fondamentali”.
“C’è sempre stato un gap tra giovani e adulti. La generazione dei miei figli rispetto alla mia ha un altro tipo di linguaggio perché è cambiata la società. Loro si ritrovano in un contesto molto più violento e competitivo e molto meno empatico”, ha aggiunto.