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La retorica dei muri della scuola

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Durante le scorse settimane un paio di licei di Cagliari sono stati bersaglio di attacchi ideologici piuttosto esemplari.

Tutti sanno che la scuola secondaria superiore del nostro paese presenta una netta divaricazione. Gli istituti si dividono in professionali, tecnici e licei. Questi ultimi sono in genere considerati i più efficaci nel preparare i giovani a ulteriori impegnativi studi accademici. È naturale che le famiglie più agiate o più istruite preferiscano iscrivere lì i propri figli. Siccome inoltre la componente preponderante delle società sviluppate è quella “media”, nei principali licei pubblici, anche cagliaritani “il contesto maggioritario di provenienza degli studenti è di tipo medio e medio-alto”. Mentre, dato il basso tasso di immigrazione nell’isola, “gli studenti stranieri sono una piccola minoranza, appartenenti a poche etnie”. Informazioni di questo genere sono richieste dal sistema nazionale di autovalutazione, e risultano utili alle famiglie che  sono libere di scegliere le scuole di propria preferenza. Per questi motivi sono state pubblicate sui siti ufficiali di alcuni licei.

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Ebbene, per fare solo un esempio tra i tanti, secondo un articolo comparso su un quotidiano locale on line, in simili descrizioni emergerebbero “dinamiche, anche inconsapevoli, di natura classista e razzista”. Per cominciare, andrebbe tuttora denunciata “la disattenzione… quando non l’aperta discriminazione, da parte di docenti e presidi” per le esigenze degli studenti che provengono da famiglie di lavoratori o dalle periferie. Sono accuse tanto gravi quanto vaghe cui sarebbe bene replicassero docenti e dirigenti dei licei in questione. Intanto tale presunta avversione da parte degli insegnanti liceali appare grottesca, visto che sono lavoratori essi stessi, non di rado vivono in periferia, e percepiscono stipendi proverbialmente tra i più bassi.

L’autrice dell’articolo ritiene attuali le parole scritte a metà degli anni Settanta dallo scrittore di cui si dichiara “una delle massime esperta”: “tutto rientra nella logica di una scuola che seleziona brutalmente, per sua stessa struttura e al di là delle volontà individuali, i figli dei lavoratori, a cui viene richiesto un sacrificio tante volte maggiore di quello a cui sono sottoposti ragazzi di differente estrazione sociale”. L’esperta auspica quindi “tentativi di cambiamento in senso democratico”. Supponiamo che la scuola non debba selezionare, perlomeno non tanto “brutalmente” quanto farebbe ancora oggi, che debba badare più alle volontà individuali e meno ai risultati concreti, che debba avere mano particolarmente leggera coi figli dei lavoratori considerando i maggiori sacrifici cui sarebbero altrimenti sottoposti.

Quando però un giorno l’opinionista democratica dovesse aver bisogno di un buon medico per un delicato intervento chirurgico, a un illustre luminare di classista estrazione medio-alta preferirà forse qualsiasi praticone purché con titolo assegnato al merito del lavoro salariato dei genitori?

Andrea Atzeni