Home I lettori ci scrivono La scuola dopo la pandemia può essere migliore di prima. Sarà così?

La scuola dopo la pandemia può essere migliore di prima. Sarà così?

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Gli esseri umani sono restii ad imparare dall’esperienza ed il detto che la Storia sia maestra di vita troppo di frequente non ha riflesso nella realtà dei fatti.

Siamo appena usciti (forse) da una emergenza sanitaria e già ci siamo dimenticati di quei fattori che ne sono stati una concausa. “Nulla sarà più come prima”: ma, ed è solo un esempio, nessuno, tra coloro che hanno potere di decidere, mette in campo celermente iniziative contro l’inquinamento ambientale – e sembra che anche la popolazione abbia dimenticato l’impressionante coincidenza tra i luoghi più colpiti dall’epidemia e il grado di inquinamento degli stessi.

Le nostre città del Nord Italia sono allegramente ridiventate camere a gas, nella distrazione soddisfatta dei cittadini-automobilisti e nella protervia idiota di ciclisti e “monopattinisti” che sfrecciano sui marciapiedi, alfieri tronfi di una “nuova mobilità”, incuranti dei pedoni.

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A stento qualcuno ricorda un altro dato, ricorrente nei primi giorni di confinamento da Coronavirus. Alludiamo a quei 37 miliardi tagliati in dieci anni alla Sanità italiana, che significano 70.000 posti letto in meno, 359 reparti chiusi, piccoli ospedali chiusi o riconvertiti. Se avessimo avuto, in proporzione, gli stessi posti in terapia intensiva della Germania, senz’altro il numero di morti sarebbe stato inferiore.

Quello che vale per la Sanità, messa in ginocchio da tagli continui, vale anche per la scuola pubblica. Dagli 8 e più miliardi di euro tagliati dalla “riforma” Gelmini- Tremonti in poi, la scuola non ha fatto altro che perdere risorse finanziarie.

Occupiamo stabilmente gli ultimissimi posti delle classifiche internazionali per quanto concerne la spesa per istruzione in rapporto al PIL, come puntualmente confermano, da anni, i rapporti Eurostat e Education at glance.

Gli scarsi finanziamenti si traducono, in concreto, in strutture scolastiche fatiscenti e insufficienti, scarse attrezzature, personale docente ed ATA sottodimensionato e sottopagato. Le cose continuano comunque ad andare avanti senza implodere: ciò è dovuto sia all’impegno del personale scolastico sia alla diversità di situazioni tra scuola e scuola. Se tutte le scuole superiori versassero nelle condizioni dei tecnici e dei professionali delle periferie metropolitane, siamo convinti che il bubbone scoppierebbe presto.

Inoltre, la scuola “in presenza”, quella così osannata da quando una ministra ondivaga ha finito di tessere le lodi della didattica a distanza, non è sempre il luogo in cui si tessono relazioni, si socializza, si confrontano le idee.

Questa scuola idilliaca esiste in qualche situazione privilegiata ma la scuola normale è tutt’altro. Non dobbiamo andare troppo indietro nel tempo: tra il 2018 ed il 2019 si registrarono un gran numero di aggressioni di tutti contro tutti, di studenti che bullizzavano i compagni, di studenti e genitori che malmenavano insegnanti e di insegnanti che maltrattavano studenti, tanto che la stampa fu portata ad occuparsene quasi quotidianamente.

L’ “Osservatorio nazionale contro il bullismo”, per voce della presidente ligure Anna Pettene, dichiarava ai primi di febbraio di quest’anno che “il 75% degli atti di bullismo e cyberbullismo in Italia resta ‘sommerso’, solo il 25% viene denunciato” e che si tratta quasi sempre di “violenze fisiche o psicologiche ripetute nel tempo”.

La stessa Azzolina, prima di approdare al Paese delle meraviglie della scuola che non c’è, a fine ottobre del 2019 rilasciava una dichiarazione rispetto ad un emendamento da presentare nel decreto sul cyberbullismo, “un intervento concreto, con l’obiettivo di prevedere l’aggravante per chi aggredisce il personale scolastico, per cause connesse all’esercizio della sua funzione” […] “atti violenti e offensivi contro docenti, dirigenti e personale Ata non sono assolutamente tollerati”. Insomma, il luogo in cui si intessono relazioni molto preziose, qualche difettuccio, almeno sino ad ottobre 2019, lo presentava.

Ebbene, oggi siamo al colpo di spugna sull’emergenza educativa, che viene occultata a colpi di “cruscotto”, “rime buccali” e “ritorno in sicurezza nelle aule il primo di settembre”.

Questo modo superficiale di affrontare l’emergenza educativa, che qui non c’è bisogno di dimostrare (la conclamata ignoranza di certi “giovani” ministri ci conferma trattarsi di un fenomeno di medio periodo) ci allarma e, allo stesso tempo, ci fa temere che tutto, a settembre, ricomincerà come prima o peggio di prima. Sarebbero necessari interventi radicali, sarebbe necessario sfruttare la cesura prodotta dalla crisi per cercare di riassestare il sistema scolastico del Paese, che fa acqua da tutte le parti.

Per quello che riguarda gli spazi, lo Stato non dovrebbe far altro che riferirsi alle proprie leggi, soprattutto se concepite in tempi meno retrivi di quelli in cui viviamo.

Il D.M. 18/12/1975fissava, ad esempio, i rapporti tra superficie del locale e numeri di studenti nel modo seguente: 1,8 mq/studente nelle scuole di grado inferiore (infanzie, primarie e secondarie di primo grado) ed 1,96 mq/studente nelle scuole di grado superiore.

Su questo Decreto, in tempi più recenti, intervenne, abrogandolo di fatto, l’art. 12 della Legge n° 23 del 11/01/1996. In particolare l’art. 5 (comma 3) di tale legge asserisce che “fino all’approvazione delle norme regionali di cui al comma 2, possono essere assunti quali indici di riferimento quelli contenuti nel decreto emanato dal Ministro per i lavori pubblici del 18 dicembre 1975”; “possono” ma non “debbono”.

Nel frattempo, tra il 1996 ed i giorni nostri, nulla è stato fatto di significativo, se non corsi (spesso assai formali) sulla sicurezza, nonché documenti, sempre sulla sicurezza, adeguatamente addomesticati ed ”addolciti” dalle scuole.

Proprio i corsi sulla sicurezza ci hanno però ricordato che la scuola è un luogo di lavoro, nonché la necessità di attenersi al D..llgs.. 9 apriille 2008,, n.. 81 che, all’allegato 4, 1.2. (Altezza, cubatura e superficie) così recita:

1.2.1. I limiti minimi per altezza, cubatura e superficie dei locali chiusi destinati o da destinarsi al lavoro nelle aziende industriali che occupano più di cinque lavoratori, ed in ogni caso in quelle che eseguono le lavorazioni che comportano la sorveglianza sanitaria, sono i seguenti:

1.2.1.1. altezza netta non inferiore a m 3;

1.2.1.2. cubatura non inferiore a metri cubi 10 per lavoratore;

1.2.1.3. ogni lavoratore occupato in ciascun ambiente deve disporre di una superficie di almeno mq 2. […]

Riportiamo qui le parole scritte da un esperto che si occupa di sicurezza “… è evidente che oggi, rispetto agli anni ’70, in cui furono definiti gli indici (i metri quadri minimi per studente), viviamo un periodo dove la didattica è in forte e continua evoluzione e richiederebbe spazi differenti (più ampi per accogliere maggiori attrezzature, strumenti e supporti); tuttavia la norma o meglio il legislatore, sembra non volersi preoccupare della questione, puntando unicamente sulla organizzazione efficiente del sistema (gestione di un maggior numero di studenti con un organico minore). In questa situazione viene ad assumere un ruolo rilevante la valutazione del rischio stress lavoro correlato; in conseguenza a tale valutazione, sentito il parere del GV (Gruppo di Valutazione) sarà necessario adottare misure correttive che potranno ad esempio consistere in attività che interrompano frequentemente l’attività ordinaria in aula didattica”1.

Questo interessante articolo è del 2018; è scritto da un professionista e afferma cose più intelligenti degli sproloqui che abbiamo sentito sulla bocca di molti “addetti ai lavori”.

Nel caso fortuito in cui la ministra Azzolina volesse uscire dalla bolla di vuote e retoriche parole in cui vive e mettere in atto un “ravvedimento operoso” questi sono i consigli che ci sentiremmo di darle: tenere fermi, come spazio vitale, i 2 metri quadri per studente; ciò comporterebbe una significativa riduzione di studenti per classe.

Viste le condizioni attuali delle nostre scuole, ipotizziamo che il limite di 15 alunni per classe possa essere ragionevole per un nuovo corso della didattica.

Con 15 studenti non si è propriamente nella condizione di insegnare per piccoli gruppi, ma senz’altro la gestione di situazioni complicate diventa più semplice. Ci vorrà tempo, ma la riduzione di studenti per classe darà frutti positivi.

Diminuito il numero di studenti per classe, si usino i fondi necessari per rinnovare l’arredo delle aule: nelle scuole superiori vediamo troppo spesso ragazzoni di un metro e novanta attorcigliati su sedie e banchi da scuole primarie o quasi.

La scuola deve dignitosamente ospitare bambini e ragazzi, se è vero che questi sono la risorsa più importante del Paese. Acquistati i tanti arredi necessari si facciano tutti gli interventi edilizi per rendere i servizi igienici degni di tal nome; basta “ritirate” senza carta igienica, senza sapone, sporche e trasandate. Si provveda a dotare le scuole di laboratori e palestre adeguate, senza fantasticare di lezioni da svolgere nei cinematografi o sotto tensostrutture.

Laddove ci siano spazi verdi esterni alla scuola li si strutturi per la fruizione da parte di studenti e personale. Si adegui l’organico del personale (docente ed ATA) alle nuove esigenze, in base ad un piano di assunzioni modellato non sull’emergenza sanitaria ma sulle necessità del nostro Paese.

La nostra è una società complessa, con esigenze educative ben maggiori rispetto a mezzo secolo fa. Allora il problema era costituito dalla mancata frequenza scolastica di ampie fasce della popolazione; adesso il problema è che giovani scolarizzati, che hanno stazionato nelle scuole mediamente 13 anni, non sono in grado di interpretare correttamente un articolo di giornale, né di scrivere un testo semplice e corretto e neppure di condurre una ricerca in Internet. Così non va.

Le scuole diventano sempre più luogo di scontro, di cieca conflittualità. Bisogna intervenire in fretta, se non vogliamo che a queste piaghe si aggiunga la mitizzazione dei nuovi media digitale come unica via d’uscita da una impasse educativache ha profonde radici. Ed infine si recuperi, con la massima urgenza, la vocazione umanistica che ha sempre caratterizzato la cultura italiana.

Ciò non significa che si debba deprimere la formazione scientifica, anzi. Ma l’illusione tecnocratica appare, in questo momento, come un pericolo. Pensiero critico, capacità di interpretazione di un testo, dimestichezza con la lingua scritta ed infine uso consapevole delle risorse messe a disposizione da Internet non si improvvisano; rinunciamo al coding e facciamo leggere e scrivere i bambini delle primarie, insegniamo loro ad apprezzare la bellezza in tutte le sue forme, sottraiamoli, per quanto può la scuola, al degrado ed al frastuono che li circonda. Per approdare a questo risultato c’è molto da fare: quel che oggi appare preoccupante è l’ondeggiamento continuo, lo sproloquio eretto a sistema, dietro al quale si intuisce la mancanza di un progetto per la scuola di tutti.

Il timore è che, prima di settembre, vengano buttati via parecchi soldi pur di riaprire puntuali.

È l’ora, invece, si mettere in atto un piano per una scuola futura, certamente costoso ma pensato per durare.

Se non si farà così, ci si comporterà come chi, per nascondere una crepa strutturale nel muro di casa propria, la copra con una costosa tappezzeria: il problema rimarrà ed i soldi saranno stati spesi inutilmente.

Giovanna Lo Presti – Cub scuola

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