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La geografia, disciplina centrale già per Kant e Montesquieiu

Tutti (ne siamo sicuri), quantomeno a parole, concorderebbero sulle idee di Montesquieu e di Kant riguardo l’importanza dello studio della geografia, soprattutto nelle scuole, per far acquisire ai ragazzi quelle conoscenze necessarie e imprescindibili senza le quali non si riesce a comprendere a pieno il mondo in cui si vive e l’ambiente da cui si proviene; neppure si hanno gli strumenti per costruire (e non subire) il futuro. Tutti, a parole, approverebbero gli scritti dei due grandi filosofi sulla geografia, una geografia che deve essere necessariamente anche, o soprattutto, descrittiva. Eppure lo Stato italiano e i suoi governi (in particolare i Ministri dell’Istruzione) non hanno dato prova, dall’inizio del terzo millennio fino a oggi, di apprezzare debitamente la geografia né di tenerla in grande considerazione per quanto riguarda il suo valore educativo.

I documenti e le riforme ne sono una prova evidente. La riforma della scuola del 2008-2010 (una delle meno riuscite) ha sostanzialmente cancellato la geografia dai licei nel biennio, incorporandola alla storia nella cosiddetta geo-storia e lasciandole, quasi come atto di carità, soltanto un’ora alla settimana. Ben poco si può fare con un’ora settimanale: al massimo qualche spiegazione generale, una minima interrogazione e una “ricerchina” geografica, spesso scaricata da internet.

Le nuove Indicazioni Nazionali 2025-2026 per la scuola primaria abbandonano di fatto, per quanto riguarda la geografia, uno studio descrittivo (fisico e politico), riducono o annullano le richieste di memorizzazione e si concentrano su competenze generali, anche di cittadinanza, su scenari laboratoriali e sull’interdisciplinarità con altre materie. In questo modo la disciplina geografica diventa una “disciplina ponte per formare cittadini consapevoli”, almeno nelle intenzioni.

Sulla stessa linea si muovono le nuove Indicazioni Nazionali per la scuola secondaria di primo grado. Basta con la descrittività: si parla ormai di approccio sistemico-relazionale, enucleazione di temi centrali, metodologia laboratoriale, rapporto tra identità e territorio. La geografia diventa così un “racconto della terra”, una narrazione finalizzata a fornire strumenti concettuali per leggere la complessità del reale e formare cittadini responsabili del futuro.

Questo modo di concepire la geografia certamente affascina, anche per la bellezza tecnica del linguaggio utilizzato. Tuttavia tale “magia” svanisce di fronte all’ignoranza di non pochi allievi, incapaci di individuare un fiume, un monte o una città su una cartina geografica e spesso ignari delle capitali europee o perfino del numero e del nome dei continenti. Non si intendono criticare i grandi progetti presenti nelle Indicazioni Nazionali — fortunatamente indicazioni e non imposizioni — ma si ritiene che, prima di puntare a conquiste elevate, sia necessario possedere strumenti di base solidi. Serve una geografia descrittiva, fisica e politica, che insegni a orientarsi su una carta geografica; occorre esercitare una memoria attiva, capace di comprendere non solo i nomi ma anche i processi che trasformano la Terra; è infine indispensabile sviluppare un’autentica capacità osservativa.

La riforma degli Istituti Tecnici, in partenza il prossimo anno, riduce significativamente il numero di ore dedicate alla geografia nel biennio, privilegiando altre materie. Questa sembra essere la reale considerazione riservata alla disciplina da parte del Ministero. Anche le nuove Indicazioni Nazionali relative ai licei non offrono grande spazio alla geografia: tre ore complessive per storia e geografia, di cui una soltanto dedicata a quest’ultima. Si è cercato di conferirle una parvenza di autonomia distaccandola formalmente dalla storia e prevedendo perfino un proprio manuale. Tuttavia appare più un’operazione di facciata che un reale riconoscimento del valore della disciplina. Se poi, come spesso accade, il docente di storia continuerà a insegnare anche geografia, ben poco cambierà nella pratica didattica: resterà una geo-storia con qualche argomento geografico trattato forse con maggiore attenzione.

Le speranze sembrano poche. La geografia — quella autentica, non confusamente mescolata ad altre materie — rischia di restare una “cenerentola” della scuola senza trasformarsi mai in principessa, anche se si spera naturalmente di sbagliarsi. In fondo, ci si chiede provocatoriamente, a cosa serve oggi? Abbiamo l’intelligenza artificiale che risponde a tutto (lo stesso discorso potrebbe valere per molte altre discipline). Perché dunque studiare geografia? Potremmo perfino sopprimerla per sempre. O no?

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