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La scuola e il rapporto genitori/figli. Trovare la giusta misura tra protezionismo e lassismo

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E’ finita la scuola. Credo sia giusto fermarsi un attimo, per capire come sia cambiato, negli ultimi anni, il rapporto con i genitori dei nostri ragazzi.

In alcuni casi, e non sono pochi, genitori in gamba, consapevoli del gran lavoro educativo e culturale, svolto dai presidi e dai docenti.

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Ho notato, però, in particolare quest’anno, un aumento esponenziale di situazioni, a volte difficili, con genitori in troppi casi presi di ansie eccessive nei confronti dei loro figli. Timorosi di impedire che possano anche solo sbagliare, prendersi un brutto voto od accettare una ubicazione della propria aula non proprio in un salotto. In poche parole, temere per la loro capacità di adattamento.

Come ci sono genitori che credono che la frequenza a scuola si risolva tutta in un certo utilitarismo, cioè la mera richiesta dei voti dei propri figli. Anche se sanno bene che la scuola non è fatta solo di voti.

Per una scuola, per ogni scuola, il vero toccasana è la loro presenza attiva. Nel senso di un rapporto che si possa prefigurare nei termini di una “rendicontazione sociale”.

 

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Ma il mondo della scuola, oggi, è ancora quello vecchio, chiuso in se stesso, troppo burocratico, cioè legato alle dinamiche ministeriali, e poco attento al vissuto sociale di una “comunità locale”. Ed anche le scuole sono parte essenziale di queste comunità, non meri uffici perifici dello Stato. Proprio per questo non hanno più senso le vecchie, e purtroppo ancora attuali, modalità di gestione e di assunzione del persone, con graduatorie poco rispettose delle persone, della loro passione e della loro professionalità. Non ha più senso, cioè, come è già in tutto il mondo del lavoro, la sola anzianità di servizio.

Ci vorrebbe una nuova governance, con nuove risorse. La vera priorità di un Paese che investe sul proprio futuro.

Se, dunque, abbiamo forme belle di collaborazione, nello stesso tempo, troppi genitori si limitano a fare i sindacalisti dei propri figli. Si limitano cioè a richiedere alla scuola una prestazione, più che apprezzare lo sfondo educativo. Lo sappiamo, le famiglie sono su tanti aspetti in crisi. Anzitutto come istituzione, cioè come autorità e autorevolezza, poi come relazione educativa. Lo si vede da quell’aria, in troppi ragazzi e ragazze, di presunta autosufficienza, maschera di una sostanziale fragilità, che preoccupa i loro “vecchi”. E allora la scuola diventa l’ultima spiaggia, l’ultima possibilità per un recupero di dialogo in casa. Questo fa da pendant al fatto che, in troppi casi, prevale il modello del «genitore chioccia», causa, ce lo dicono diversi studi, di tante ansie che vengono poi “scaricate” sui propri figli.

Quanti genitori, con la propria auto, pretendono di “scaricare” i propri figli davanti al cancello della scuola, quanti protestano perché i figli devono attendere anche 20 minuti un bus, oppure fanno confronti esagerati tra le valutazioni del proprio figlio e quelle di un compagno, invocando la giustizia tradita? In poche parole, le nuove generazioni di mamme e papà, in alcuni casi, tendono ad essere iper-protettive: quanti ragazzi proprio per questo, non riescono ad affrontare e superare le situazioni di paura, di conflitto, di difficoltà?

Ogni anno impegno intere giornate a spiegare ai genitori che una insufficienza, anche una bocciatura, non è un dramma infinito, ma un momento che richiede nuova convinzione ed energia positiva. “Nessuno nasce imparato”, ripeteva Totò.

Non occorre essere degli specialisti per capire che i ragazzi troppo controllati e difesi dai genitori hanno più possibilità di diventare ansiosi in futuro.

Proviamo a fare una verifica: chi sveglia ogni mattina i propri figli per andare a scuola, perché non arrivino in ritardo? Chi si è accorto che il telefonino è il “cordone ombelicale più lungo del mondo”, come l’ha definito Richard Mullendore? Tutti questi comportamenti, come è ovvio, hanno delle conseguenze.

L’eccessivo protezionismo produce ansia, insicurezza, dipendenza; di converso, prima o poi, produce ribellione, ricerca del limite, anche trasgressione.

La “giusta misura” invece si chiama “autonomia responsabile”, cammino, cioè, verso la maturazione, quindi il sano protagonismo, il coraggio dei propri talenti, la fiducia in se stessi e nelle mille relazioni. Quanti genitori a scuola, ad esempio, intervengono oltre misura sui docenti, sulle loro valutazioni e programmazioni?

Basterebbe chiedere se, al loro posto di lavoro, sarebbero disposti ad accettare volentieri non sempre giustificate e competenti intromissioni. Se certe cose non vanno, ovviamente, è giusto rilevarle. Ma educare i figli anche alla comprensione di queste complessità, anche alle contraddizioni, non è mai tempo perso.

I genitori sanno, o dovrebbero sapere, che è fondamentale tenere sempre un passo indietro nei confronti dei propri figli. Nel senso di una presenza discreta, non troppo distaccata, ma nemmeno troppo pressante. I ragazzi, cioè, vanno aiutati anche a sbagliare, perché è solo sbagliando, ce lo ripetiamo spesso, che si impara, che nasce la ricerca del perché dell’errore, e quindi della verità a partire dalla quale l’errore è errore. Vanno aiutati cioè a non avere paura degli imprevisti, dell’ignoto, degli insuccessi. Così maturano più in fretta, nel senso di consapevolezza di sé e degli altri, dei “pari”, cioè delle infinite relazioni.

Ricordo bene, qualche tempo fa, il dibattito in terra americana sulle “mamme-tigri” che spingono i propri figli oltre il limite della competizione con se stessi e con gli altri. Da noi, invece, domina in alcune ricerche la figura del “papà-orsetto”, sempre pronto a lenire, con il proprio calore, la durezza del mondo reale, troppo competitivo.

 

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