L’autonomia delle istituzioni scolastiche, introdotta circa 26 anni fa, aveva un obiettivo ambizioso: consentire alle scuole di progettare curricoli e percorsi formativi in grado di rispondere anche ai bisogni del territorio di riferimento, dopo averne rilevato le specifiche necessità educative e formative attraverso un’interazione reale con tutti gli stakeholder (istituzioni, aziende, famiglie, associazioni, mondo delle professioni, ecc.).
Il tutto, però, senza trascurare la meta finale, fissata in modo rigido dallo Stato nel Profilo educativo, culturale e professionale (PECUP) di ogni corso di studi. I docenti, di conseguenza, partendo dai suggerimenti contenuti nelle Indicazioni nazionali e nelle Linee guida, tenuto conto della programmazione territoriale dell’offerta formativa e del contesto locale, esercitano la propria autonomia didattica nell’elaborazione dei curricoli, nonché nella scelta delle metodologie e degli strumenti ritenuti più adeguati al contesto educativo. Tutto questo, sul piano teorico, è davvero eccezionale.
Ma l’esperienza ci insegna che gli strumenti dell’autonomia didattica e organizzativa – salvo qualche rara eccezione – sono stati utilizzati poco e male dalle istituzioni scolastiche. Le ragioni sono molteplici, non ultima quella dei meccanismi di reclutamento del personale, troppo incentrati sui formalismi. Titoli e titoletti da “bancarella”, tanto per fare un esempio concreto, sovente finiscono per stravolgere le graduatorie concorsuali e le GPS. Tutto questo ha fatto sì che l’autonomia scolastica venisse additata come la causa di ogni male, al punto che su di essa si sono abbattuti gli strali di gran parte del personale della scuola e non solo. Ma oggi dovremmo rivalutare l’autonomia delle istituzioni scolastiche, soprattutto di fronte a qualche tentazione verticistica che, forse, gradirebbe un ritorno alla scuola gerarchica (quella pre-autonomistica, per intenderci), in cui tutto veniva determinato dall’alto in modo prescrittivo e, attraverso programmi ministeriali e circolari, si guidava passo passo l’agire quotidiano di docenti e presidi.
L’autonomia didattica ci consente, infatti, non solo di adeguare l’offerta formativa ai bisogni del territorio, ma anche di porre rimedio a eventuali lacune o disattenzioni nella stesura delle Indicazioni nazionali e delle Linee guida: inserire nei percorsi un filosofo dimenticato o un autore locale, proporre un testo di narrativa, approfondire un tema di particolare attualità o rilevanza sociale, ecc. L’autonomia didattica e organizzativa, se ben utilizzata, rappresenta lo strumento migliore per dare concretezza al principio della libertà di insegnamento sancito dall’art. 33 della Costituzione.