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12.09.2026

Mentre crollano le Torri Gemelle di NY, l’autonomia scolastica prende una piega diversa: Massimo Nutini racconta una storica telefonata con l’ispettore Raffaele Iosa [INTERVISTA]

Sono trascorsi venticinque anni dall’11 settembre 2001. Quel giorno, mentre il mondo assisteva incredulo al crollo delle Torri Gemelle, Massimo Nutini telefonava a Raffaele Iosa, appena uscito dal Ministero dell’Istruzione. Da quella telefonata sarebbe nata una collaborazione lunga più di vent’anni e una profonda amicizia. Oggi, dopo la scomparsa di Iosa, Nutini ripercorre quella storia e il significato di una delle battaglie più importanti della loro esperienza: l’Autonomia Scolastica.

Nutini, partiamo da quel giorno, l’11 settembre 2001. Lei dove era?

Ero al lavoro, al Comune di Prato, dove dirigevo il settore istruzione. Naturalmente, come tutti, vivevo con sgomento quello che stava accadendo nel mondo. Ma quella giornata avrebbe avuto per me anche un significato personale, perché proprio in quelle ore chiamai Raffaele Iosa.

Perché lo chiamò?

Sapevo che aveva appena lasciato il Ministero dell’Istruzione a Roma. Con l’insediamento del governo Berlusconi e della ministra Moratti, lo spoils system aveva segnato la fine della sua esperienza ministeriale. Per la scuola pubblica italiana si chiudeva una stagione importante e se ne apriva un’altra, molto peggiore.
Raffaele stava viaggiando in autostrada verso Ravenna. Aveva appena lasciato la sua stanza al Ministero e immagino che non fosse un viaggio particolarmente sereno.

Lei che cosa gli propose?

Gli proposi quasi d’istinto di venire a lavorare con noi a Prato per costruire un grande accordo territoriale tra le scuole e la città. Conoscevo bene le sue competenze e soprattutto conoscevo il valore delle idee che aveva contribuito a mettere in campo al Ministero. Pensai che quelle competenze non dovessero andare disperse. Dovevano trovare un nuovo terreno nel quale misurarsi concretamente con le scuole e con il territorio.

Raffaele come reagì?

Disse di sì senza esitazioni.
Negli anni successivi ricordava spesso quella telefonata. Con la sua ironia affettuosa la definiva una vera e propria «scialuppa di salvataggio». Credo che quella definizione dicesse molto bene che cosa aveva rappresentato quel momento per lui: non soltanto un’opportunità professionale, ma la possibilità di continuare a lavorare sulle idee nelle quali credeva, provando a realizzarle sul territorio.

Da quella telefonata nacque quindi una collaborazione destinata a durare più di vent’anni.

Sì. E, con il tempo, molto più di una collaborazione. Nacque un’amicizia profonda, fatta di discussioni, progetti, incontri nelle scuole, viaggi, entusiasmi e anche inevitabili scontri.
Era una collaborazione, se posso usare questo termine, «militante». Perché con Raffaele le idee non erano mai astratte. Dovevano diventare azione.

Una delle idee sulle quali avete lavorato maggiormente è stata l’Autonomia Scolastica. Che cosa significava per voi?

Significava innanzitutto liberare la scuola da una concezione puramente burocratica dell’autonomia.
Raffaele era stato, insieme al ministro Berlinguer, uno dei protagonisti della costruzione del Regolamento dell’Autonomia, il D.P.R. 275 del 1999. E proprio per questo conosceva bene il significato profondo di quelle norme.
Non accettava che l’autonomia venisse interpretata come una semplice delega amministrativa, come un nuovo pacchetto di adempimenti da aggiungere ai tanti che già gravavano sulle scuole.

Qual era invece la sua idea?

Per Raffaele la scuola autonoma era un «cuneo etico e civile». La immaginava come un nuovo ente locale, ma con una missione nazionale.
La scuola doveva poter leggere il proprio territorio, comprenderne i bisogni, coinvolgere le diverse componenti della comunità e costruire risposte educative proprie.
Era una concezione molto lontana dall’idea della scuola-azienda e ancor più avanzata e strutturata di quello che oggi si intende con “comunità educante”.

Lei ricorde come cercava di spiegare questo concetto agli insegnanti e ai dirigenti scolastici?

Ricordo benissimo i suoi incontri sul territorio. Aveva una capacità straordinaria di smontare le paure attraverso parole semplici.
Il linguaggio delle circolari e della burocrazia rischiava di trasformare l’autonomia in qualcosa di complicato, quasi minaccioso. Raffaele arrivava e rovesciava completamente il punto di vista.
Diceva: «Guardate che qui la norma non vi obbliga a fare qualcosa: vi autorizza a creare!»
Era una frase potentissima.

Perché?

Perché restituiva alla norma il suo significato costituzionale e pedagogico. La legge non doveva essere vissuta soltanto come un limite o come un obbligo. Poteva diventare uno spazio di responsabilità e di creatività.
E Raffaele, avendo contribuito personalmente alla scrittura di quelle norme, sentiva molto forte questa responsabilità.

Che tipo di scuola aveva in mente?

Una scuola capace di superare il vecchio modello gentiliano, selettivo ed elitario, e anche la rigidità di una didattica troppo tayloristica, fondata sulla lezione frontale e sulla riproduzione di programmi uguali dappertutto.
Il punto era spostare il baricentro: dall’insegnare all’apprendere.
Non significa che l’insegnamento non fosse importante. Significa che il vero centro dell’esperienza scolastica doveva essere ciò che accade nella testa, nella vita e nelle relazioni degli studenti.
E qui emerge un altro elemento centrale del pensiero di Iosa: la scuola come luogo di relazione.

Esatto. Raffaele parlava della scuola come di una «neo-piazza»

Era un’immagine che mi piace molto, perché sintetizzava la sua idea di scuola come luogo di incontro, di democrazia, di costruzione di significati.
In un mondo sempre più caratterizzato dall’omologazione e dai «non-luoghi», la scuola doveva essere uno spazio nel quale i ragazzi potessero ritrovare relazioni autentiche.

Una funzione particolarmente importante in un’epoca dominata dall’eccesso di informazioni.

Sì. Raffaele era molto sensibile a questo tema. I ragazzi sono immersi continuamente nelle informazioni, ma avere accesso a una quantità enorme di informazioni non significa necessariamente possedere conoscenza.
Parlava, in qualche modo, di una sorta di «obesità cognitiva» prodotta dall’informazione di massa.
La scuola doveva allora fare qualcosa di più che trasmettere nozioni. Doveva aiutare i ragazzi a pensare, ad apprendere, a orientarsi, a usare la creatività.
Doveva fornire quelle che Raffaele chiamava metacompetenze per la vita.

A pochi mesi dalla sua scomparsa, come cambia il suo modo di guardare a quella lunga esperienza condivisa?

Cambia molto. La morte di Raffaele rende ancora più evidente quanto fosse importante non soltanto ciò che aveva fatto, ma soprattutto ciò che continuava a chiedere alla scuola.
Ripensando a quegli anni, mi accorgo che molte delle discussioni che avevamo allora sono ancora completamente attuali.
Forse alcune lo sono ancora di più oggi.

Che cosa le manca maggiormente di lui?

Mi manca innanzitutto la sua capacità di mettere in discussione le certezze. Raffaele non era una persona accomodante. Quando credeva in un’idea la difendeva con grande forza.
Ma aveva anche una straordinaria capacità di vedere possibilità dove gli altri vedevano soltanto problemi.
E poi mi manca il suo modo di stare nelle discussioni: appassionato, ironico, a volte provocatorio, ma sempre profondamente legato all’idea che la scuola fosse una questione civile prima ancora che amministrativa.

Se dovesse sintetizzare oggi il suo lascito, quale sarebbe?

Sul tema che stiamo trattando, direi che Raffaele ci ha ricordato che l’autonomia scolastica non è mai stata una pratica burocratica da compilare. È una responsabilità.
È la possibilità di assumersi il rischio di progettare, sperimentare, creare.
E soprattutto è un “atto quotidiano di coraggio pedagogico”.
Poi ce ne sarebbero tanti altri di temi da trattare. Con Raffaele e non solo son lui, abbiamo organizzato la Marcia di Barbiana, realizzato decine di iniziative e sperimentazioni sull’inclusione, individuato delle modalità di mantenere relazioni educative durante il covid, elaborato una proposta per la statalizzazione dell’assistenza per l’autonomia e l comunicazione e curato la stesura del progetto di legge per l’introduzione della cattedra inclusiva nelle scuole di ogni ordine e grado. Si tratta di questioni che, se vorrete, potranno essere oggetto di ulteriori colloqui.

Quindi ricordare Raffaele significa anche tornare a discutere di quale scuola vogliamo.

Assolutamente sì. Non vorrei che il ricordo di Raffaele diventasse soltanto commemorazione.
Credo che il modo migliore per ricordarlo sia continuare a discutere, a progettare, a mettere in discussione ciò che sembra immutabile.
Perché lui avrebbe fatto esattamente questo.
E forse, tornando a quella telefonata dell’11 settembre 2001, penso che la cosa più importante sia proprio questa: quel giorno sembrava finire qualcosa. Invece, per noi, cominciò una storia lunga più di vent’anni.
Oggi Raffaele non c’è più. Ma quelle idee e quelle proposte, se i decisori politici e la scuola avrànno il coraggio di farle proprie, possono ancora camminare.

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