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23.04.2026

Lavoro e Istruzione, presentato il nuovo Rapporto CNEL: entro il 2029 richiesti maggiormente profili con formazione tecnico-professionale e istruzione terziaria

Il XXVII Rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione collettiva, approvato all’unanimità dall’Assemblea del CNEL il 22 aprile 2026, delinea un futuro in cui il titolo di studio non è più solo un pezzo di carta, ma il prerequisito essenziale per l’ingresso nel mondo del lavoro. Mentre l’occupazione tiene, cresce il divario tra le competenze offerte dal sistema scolastico e le necessità delle imprese.

La scuola al centro: i profili richiesti entro il 2029

Secondo le stime presentate nel Rapporto, il quinquennio 2025-2029 vedrà una domanda di lavoro compresa tra i 3,2 e i 3,7 milioni di unità, spinta soprattutto dalla necessità di sostituire i lavoratori in uscita. In questo scenario, il livello di istruzione giocherà un ruolo discriminante. Oltre il 44-46% delle nuove posizioni riguarderà infatti profili con una formazione tecnico-professionale di secondo grado, confermando la centralità della scuola secondaria nel preparare i tecnici del futuro.

Non meno rilevante è la richiesta di istruzione terziaria (università e alta formazione), che coprirà il 37-39% del fabbisogno totale. Al contrario, le prospettive per chi possiede una bassa scolarizzazione sono in netto declino: la domanda per questi profili si ridurrà ulteriormente, rappresentando appena il 12-13% del totale.

Tassi di disoccupazione per livello di istruzione

Nel IV trimestre 2025 il tasso di occupazione è pari all’82,6% per i laureati, al 66,9% per i diplomati e al 45,6% per chi possiede al massimo la licenza media. Lo stesso differenziale emerge anche sul versante della disoccupazione: 3,0% tra i laureati, 5,5% tra i diplomati e 7,9% tra i meno istruiti.

Il Rapporto CNEL evidenzia che questa distanza non riguarda soltanto la probabilità di trovare un lavoro, ma anche la qualità del posizionamento occupazionale. In un mercato del lavoro che cresce poco e in modo diseguale, il capitale umano agisce sempre più come fattore protettivo, mentre i livelli di istruzione più bassi restano maggiormente esposti a esclusione, instabilità e inattività.

Il dato conferma quindi che la stratificazione educativa è ormai una componente strutturale della segmentazione occupazionale italiana

Il paradosso dei giovani: più studio, meno occupazione immediata

Un dato che emerge con forza riguarda la fascia d’età 15-34 anni. Nel quarto trimestre del 2025, il tasso di occupazione giovanile è sceso al 43,2%, con una contrazione di 1,3 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Tuttavia, questo calo non è necessariamente un segnale negativo in senso assoluto: le fonti indicano che la diminuzione dell’attività tra i giovani riflette un prolungamento dei percorsi di istruzione e formazione.

Questo trend è confermato dall’analisi degli inattivi, dove la componente di chi non cerca lavoro perché impegnato negli studi è cresciuta del 5,6% su base annua. Il sistema Paese sembra quindi orientarsi verso una preparazione più lunga e strutturata, necessaria per rispondere a un mercato sempre più complesso.

Il “mismatch” e la crisi demografica

Nonostante l’importanza della scuola, il rapporto evidenzia una persistente difficoltà nel far incontrare domanda e offerta. Il cosiddetto mismatch, ovvero il disallineamento tra le competenze dei lavoratori e i fabbisogni delle imprese, resta una delle principali criticità del sistema italiano.

Questa sfida diventa ancora più urgente se letta alla luce dei dati demografici. Le proiezioni indicano che la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) subirà un drastico calo nei prossimi decenni, passando dai 37,2 milioni del 2024 ai 29,4 milioni previsti per il 2050. In questo contesto di “rarefazione” della forza lavoro, l’investimento sulle competenze e sulla qualità del sistema formativo diventa l’unico strumento per garantire la tenuta del sistema produttivo.

Verso politiche del lavoro “all’altezza dei tempi”

Per affrontare queste sfide, il presidente del CNEL Renato Brunetta ha sottolineato l’importanza di una “base dati oggettiva, misurabile e condivisa”, indispensabile per costruire politiche del lavoro efficaci. La trasparenza sui dati della contrattazione e del mercato, gestita dalla Commissione presieduta da Michele Tiraboschi, mira proprio a superare la frammentazione informativa che finora ha impedito un’analisi precisa della relazione tra istruzione, salari e condizioni di lavoro.

In conclusione, il rapporto ci consegna l’immagine di un Paese che, per restare competitivo, deve scommettere con decisione sulla scuola e sulla formazione tecnica, unici veri baluardi contro l’obsolescenza professionale e il declino demografico.

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