Mentre in gran parte d’Europa il dibattito sull’intelligenza artificiale nelle scuole è dominato da timori e tentativi di restrizione, l’Estonia ha deciso di intraprendere una strada diametralmente opposta. Con il progetto AI Leap, il governo di Tallinn ha ufficialmente aperto le porte delle classi a ChatGPT, trasformando quello che molti considerano un rischio in uno strumento didattico strutturato. In una recente intervista concessa a Luca Zorloni e pubblicata oggi da Wired, la ministra dell’Istruzione Kristina Kallas ha delineato i contorni di questa rivoluzione, spiegando come il piccolo Stato baltico stia cercando di ridefinire il concetto stesso di apprendimento nell’era digitale.
Il progetto non nasce da un’iniziativa estemporanea, ma da una collaborazione formale con OpenAI. L’Estonia ha adottato la versione ChatGPT Edu, ma con una distinzione fondamentale: scienziati estoni hanno lavorato a stretto contatto con l’azienda statunitense per definire una licenza master specifica per le scuole. La priorità assoluta è stata la protezione dei dati. Come sottolineato dalla ministra Kallas, l’infrastruttura rispetta rigorosamente le normative europee (GDPR), garantendo che tutte le informazioni inserite dagli studenti rimangano confinate su server europei. L’obiettivo è stato neutralizzare il problema della privacy per potersi concentrare sulla vera sfida: l’uso significativo dello strumento.
La posizione dell’Estonia nasce da un pragmatismo radicale. La ministra Kallas osserva con lucidità che gli studenti utilizzano già l’IA sui propri smartphone, indipendentemente dai regolamenti scolastici. Vietarne l’uso significherebbe ignorare la realtà e continuare a insegnare con metodi obsoleti che l’IA ha già reso inefficaci. Il rischio concreto non è l’uso della tecnologia in sé, ma la delega cognitiva: se uno studente usa l’IA per farsi scrivere un saggio o riassumere un libro senza alcuno sforzo personale, la sua capacità di analisi e di pensiero profondo ne uscirà inevitabilmente indebolita.
Per questo motivo, l’Estonia sta “riprogettando” il processo di apprendimento. Il compito dell’insegnante non è più chiedere un elaborato che una macchina può produrre in pochi secondi, ma guidare lo studente a interagire con l’IA per analizzare personaggi, confrontare interpretazioni e discutere criticamente i risultati in classe. L’obiettivo è insegnare ai ragazzi a pensare con la tecnologia, mantenendo il controllo sul processo creativo e analitico.
Il piano estone è partito con una fase di preparazione massiccia nel 2024, coinvolgendo neuroscienziati e psicologi dello sviluppo. Ad agosto 2025 è iniziata la formazione di 5.000 docenti delle scuole superiori, mentre da febbraio 2026 le licenze sono state distribuite a circa 15.000 studenti. Il progetto ha una durata prevista di tre anni, durante i quali un team di esperti delle università di Tartu e Stanford monitorerà costantemente l’impatto dell’IA sul processo cognitivo attraverso l’analisi dei log d’uso (resi anonimi) e questionari periodici.
Il successo di questa sperimentazione affonda le radici nella storia recente dell’Estonia. Da nazione povera negli anni ’90 a leader del digitale oggi, il Paese ha costruito il proprio benessere sull’applicazione intelligente della tecnologia. Per gli estoni, che votano e registrano nascite online, l’IA è solo l’ultimo capitolo di una narrazione positiva.
La visione di Kristina Kallas è dunque una critica aperta all’ansia tecnologica che pervade l’Europa. Invece di regolamentare i comportamenti dei teenager o proibire i dispositivi, la ministra suggerisce di spostare il focus sulle aziende: sono i produttori a dover essere vincolati a standard etici e di sicurezza rigorosi. Per gli studenti, invece, la via rimane quella dell’alfabetizzazione: imparare che l’IA non è un amico né un’entità onnisciente, ma una macchina basata su probabilità statistica. Educare alla consapevolezza, conclude la ministra, è l’unico modo per impedire che la tecnologia diventi un limite anziché un’opportunità di crescita.
Un punto di vista, quello della Lettonia, decisamente diverso da quello italiano e di molti altri paesi europei. In Italia ciò che Kristina Kallas ha promosso in Lettonia sarebbe, stando alle Linee Guida AI del MIM, sostanzialmente impossibile. E infatti sono davvero pochissime le scuole (e parliamo solo di superiori) che autorizzano l’uso della AI Generativa a scuola ai loro studenti.
Che colpa hanno i nostri teenager?
E l’ultima risposta a Wired è decisamente una sfida ed una precisa presa di posizione rispetto a diversi aspetti del dibattito di questi mesi (regolamentazione delle aziende tecnologiche, divieto di accesso ai social per adolescenti, rispetto delle regole).
“Credo nella necessità di regolamentare le grandi aziende tecnologiche. Anziché dire ai nostri sedicenni che non dovrebbero usare i social media e fare leggi per loro, dovremmo fare leggi per le aziende. Abbiamo la capacità di imporre normative alle grandi aziende in termini di etica, rispetto dei diritti umani, distorsioni. Siccome questo è più complicato e comporta spesso un confronto con gli Stati Uniti, di cui credo la maggior parte dei nostri politici abbia molta paura, andiamo a regolamentare i nostri teenager. Perché? Di cosa sono colpevoli? Io sono cresciuta nel comunismo, ero un’adolescente quando tutto era vietato. Cosa pensa che facessimo? Pensavamo a come aggirare i divieti e trovare una scorciatoia. E cosa ho imparato da questo? Ho imparato come ingannare il sistema. È questo che vogliamo insegnare ai nostri sedicenni? Non è colpa loro il fatto che queste aziende tecnologiche producano questo tipo di prodotti.
Ci sono molti lati positivi nei social media. Le persone sono connesse globalmente in tutto il mondo. Alcune persone che subiscono bullismo a scuola hanno amici sui social media con cui parlano, hanno una comunità a cui appartengono. E ora gliela stiamo togliendo. E pensiamo che questo migliorerà la vita di quei quattordicenni o tredicenni i cui unici amici sono nel mondo virtuale perché quello è il posto più sicuro per loro.
Invece di vietarlo, insegna loro a usarlo. E regolamenta le aziende dicendo che se mettono gli esseri umani in pericolo, finiranno in prigione“.
Una risposta su cui meditare