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Aggiornato il 11.11.2025
alle 12:40

Le classi pollaio non fanno la differenza? Una tesi pretestuosa che nega la realtà della scuola

Durante il Forum Welfare Italia organizzato da The European House Ambrosetti, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha dichiarato che “il numero degli alunni per classe non fa la differenza” sugli apprendimenti, citando uno studio dell’Invalsi secondo cui le classi più piccole non garantirebbero necessariamente risultati migliori. Un’affermazione che appare pretestuosa e fuorviante, oltre che lontana dalla realtà quotidiana delle scuole italiane.

Una lettura distorta dei dati Invalsi
Il riferimento al rapporto Invalsi è parziale e decontestualizzato. Lo stesso istituto non sostiene che il numero di studenti sia irrilevante, ma semplicemente che non esiste una correlazione automatica tra dimensione della classe e rendimento medio. Tuttavia, le classi meno numerose si trovano spesso in aree montane o disagiate, dove gli apprendimenti sono condizionati da fattori socio-economici. Confondere le cause con gli effetti è un errore: il sovraffollamento resta un problema didattico e inclusivo, aggravato dall’eterogeneità crescente delle classi.

La ricerca internazionale dice altro
Le evidenze di OECD, UNESCO e OCSE-PISA dimostrano che un rapporto equilibrato docente/studenti migliora l’attenzione, la gestione dei comportamenti e la personalizzazione della didattica. Classi troppo numerose, invece, riducono il tempo di interazione educativa e favoriscono stress, rumore e dispersione cognitiva. Negare questi dati significa ignorare la pedagogia e la neurodidattica contemporanea.

Dietro la retorica, il risparmio
L’idea che “il numero non conti” serve a giustificare una politica di tagli. Ridurre il numero di classi significa ridurre docenti e spesa pubblica. Le “classi pollaio” non nascono da un progetto educativo, ma da una logica contabile che penalizza studenti, insegnanti e famiglie. Il risultato è una scuola più caotica, meno inclusiva e più diseguale.

Inclusione negata
Il ministro parla di “attenzione ai singoli”, ma in aule con 27 o 30 studenti – spesso con alunni con disabilità o bisogni speciali – la personalizzazione è impossibile. L’inclusione richiede tempo, spazi e numeri sostenibili, non slogan politici. Una scuola sovraffollata non è inclusiva, è semplicemente sovraccarica.

Una questione di diritti, non di contabilità
Ridurre la scuola a un problema di bilancio significa tradire la Costituzione, che garantisce a tutti pari opportunità formative. Le classi pollaio non sono segno di efficienza, ma di disinvestimento culturale. E quando la scuola si misura solo in numeri, a perdere non sono le statistiche, ma le persone.

Francesco Aloisi

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