Viene pubblicato, come evento applicativo della Legge Regionale siciliana n. 9/2011, con l’obiettivo di diffondere nelle scuole e nella intera Regione l’insegnamento del patrimonio linguistico e culturale dell’Isola, un importante testo sull’Etna, Patrimonio Unesco dell’Umanità, coi suoi miti, le leggende, le storie, gli venti per scrittura, interesse e raccolta del prof, nonché giornalista e scrittore, Mario Pafumi.
Si tratta dunque di un progetto didattico, rivolto alle scuole, al fine di promuovere la “Identità Siciliana” di cui è Scuola Polo regionale (L.R. 9/2011) l’Istituto Comprensivo “Federico De Roberto” – Zafferana Etnea, per cura del prof. Salvatore Musumeci.
Il libro ha avuto pure la Validazione Scientifica da parte del Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani (CSFLS) – Università di Palermo, il Patrocinio dell’Assessorato Regionale dell’Istruzione e della Formazione Professionale; l’Ufficio Scolastico Regionale per la Sicilia, mentre il volume è presente nel catalogo della Biblioteca Regionale Siciliana ed è reperibile su richiesta diretta presso la segreteria dell’I.C.S. “F. De Roberto” di Zafferana Etnea (CT).
A tale scopo, e per rendere l’idea del contenuto del libro, pubblichiamo una recensione, curata dal nostro Pasquale Almirante.
Cosa c’è più leggendario di una leggenda? Il mito, considerato che esso tratta di tempi antichi, oscuri e mancanti di storia, per cui interviene per narrare eventi, ma anche favole che poi la credulità popolare, tramandandole, le trattiene come proprie e dunque degne di essere riproposte nella fantasia ma pure dentro le Tavole di verità arcane. Avviene, allora, che talune leggende, travalicando i secoli, arrivino fino a noi, con quella levità che poi scrittori sensibili si assumono il compito di riprendere e divulgare, senza nulla togliere alla loro freschezza originaria, anzi rimarcandone spesso il valore artistico e culturale, e con esse la identità di un popolo. Come, con grande duttilità di stile e commozione intellettuale, fa Mario Pafumi, scrittore e giornalista, nonché appassionato amante di quell’Etna che descrive, ma con l’animo dell’antropologo e la destrezza dell’affabulatore, nel suo libro antologico: “Leggende leggendarie dell’Etna e di Sicilia”, le storie cresciute sul Vulcano. Un volume che si inserisce nella collana, curata dal prof. Salvatore Musumeci, “Sicilia nel cuore” dell’IC “De Roberto” di Zafferana Etnea. Il testo inoltre è stato pubblicato in base alla Legge Regionale n. 9/2011, per promuovere l’insegnamento del patrimonio linguistico e culturale nelle scuole, all’interno del progetto “Identità Siciliana”.
Un’operazione didattica dunque, ma anche e soprattutto divulgativa di un mito, quello dell’Etna, che riguarda tutta l’Europa e oltre, tant’è che molte delle straordinarie leggende, dei “cunti” diremmo, in giro fra le balze laviche, c’è anche quella che riguarda re Artù, ma pure le connotazioni filosofiche, nel tormentato rapporto col cratere, e non manca nemmeno la saga nordica, col re degli Elfi, quello cantato da Herder e da Goethe, ma ora in giro fra conetti vulcanici e boschetti incantati, mentre appare persino il nano Alberich, custode dell’Oro del Reno, in questo brillante volume, ma nelle più siciliane vesti del cosiddetto “pircanti”, lo gnomo a guardia delle “truvature”, che così diventano parte del patrimonio culturale dell’intera Europa. E con le possibili varianti, insieme a eroine e brigantesse, coi luoghi dove hanno agito, mentre viene ripercorso il mistero della corona di Riccardo Cuor di Leone sulla testa della “Santuzza” a Catania. Etna come continente e vulcano prodigioso, dal quale escono anche, brucianti come lave, poesie e canzoni, parlate ed espressioni tipiche, compresi artisti sapienti, come Santo Calì, e pure amanti stranieri, affascinati dai silenzi temerari e dai brontolii, da cui risuonano i versi di Mignon col Drago sulle cui viscere, nelle nebbie del suo alitare, sale il mulo, rinfocolando così tutta la grande letteratura che sull’Etna, e i suoi ossimori, ha dissertato, e dove si innalzano pure le struggenti melodie di Battiato.
Pafumi in ogni caso, va anche otre, non mancando di narrare le catastrofi che dalle sue bocche sono sgorgate, con le macerie e i danni lasciati tra le case che lo popolano, ma pure dei santuari e delle chiese, attorno a cui ricostruisce le storie imbastite dal tempo per giustificarne l’erezione, con le nenie abbellite dal sentimento popolare, che ama spiegarsi, eventi e condizioni, con personaggi o animali fantastici, inventati talvolta, perfino furbescamente, a protezioni dei beni, come “u Sugghiu” o “a Marrabbecca”, insieme alla fame antica del contadino, di quel Gargantua richiamato dalla “Mammadraga”, in assimilazione con la voracità imprevedibile del vulcano. E dell’amore che, tra le sciare e i giardini, i luccichii del mare e le infiorescenze profumate, tra zagare e sambuchi, gelsomini e ginestre, sboccia sui fianchi ubertosi della montagna? Anche di tali magarie dell’umano si narra in questo avvincente volume, e non già solo per vicende tristi, come di Aci e Galatea, ma anche per tenerezze, non mancando di stupire, per racconto fresco di Pafumi, la storia attorcigliatasi sui merli del Castello degli schiavi, tra l’aitante Corvaja di Taormina e la bella e giovane signora del Fiumefreddo.