Italo Calvino, 40 anni fa, come oggi, il 19 settembre 1985, scompariva a Siena, lasciando sicuramente un vuoto nel vasto campo della letteratura nazionale e oltre, se le sue Lezioni amaricane hanno un senso e una loro logica interpretativa.
Lo ricordiamo insieme con Elio Vittorini, nel panorama letterario italiano dei primi anni Sessanta, curare “Il Menabò”, una rivista critica rivolta al ruolo dell’intellettuale nella società industrializzata, propugnando una cultura letteraria che possa “rappresentare qualcosa di più d’una conoscenza dell’epoca o d’una mimesi degli oggetti o dell’animo Umano”, contrapponendosi così all’idea dell’amico e compagno di avventure letterarie che vagheggiava invece il racconto della vita operaia nelle fabbriche. E se ciò non impedì il consolidarsi un sodalizio importante, durato fino alla scomparsa del siciliano, ci serve anche per sottolineare il suo impegno, di uomo amante della libertà e della democrazia, nella guerra di Liberazione partigiana, con la Brigata Garibaldi (esperienza da cui trasse ispirazione per il suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno – 1947), e dunque il suo contributo culturale e politico alla formazione del nostro Paese, che forse oggi avrebbe ancora più bisogno di personalità come lui, sia sul versante culturale sia su quello politico, la voce robusta e chiara di intellettuale impegnato per il progresso e l’emancipazione dei più deboli.
Per questo la sua opera assunse, e assume ancora, una funzione sociale, politica, di affrancamento di quella classe operaia che si voleva emancipata e colta, mentre rimane uno dei narratori più amati, anche dalle generazioni di oggi, forse perché i ragazzi vedono nella sua scrittura rigore morale e immaginazione, creatività e fantasia, fra quelle “Città invisibili”, per esempio, dell’immaginario, che cercano e si cercano, in bilico fra mondi arcani e realtà quotidiane di solitudine e di scambio.
E non è solo questo il motivo per cui i suoi libri continuano a girare per le scuole, nelle università e tra i lettori comuni, confermando il suo ruolo di classico contemporaneo, essi sono ricercati anche perché lo scrittore fu sperimentatore di nuovi stili e di nuovi mondi dell’immaginazione, di un nuovo linguaggio, e fu pure, e lo continua a essere coi suoi scritti e i saggi, un punto di riferimento imprescindibile per la narrativa italiana e internazionale.
L’eredità di Calvino vola attorno a una idea di letteratura come esplorazione e dialogo e dunque come punto di lancio per aprirsi al mondo, tant’è che a quarant’anni dalla sua scomparsa i suoi libri continuano a essere tradotti, studiati e amati; e fino a qualche mese fa, perfino i ragazzi impegnati negli esami di stato si ponevano come tema il messaggio che le sue opere hanno lasciato in eredità al mondo.