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L’Invalsi “scopre” l’acqua calda: gli studenti italiani sono ignoranti

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Come ogni anno, con gran risonanza mediatica, l’INVALSI riscopre l’acqua calda: gli studenti italiani sono ignoranti. E, nell’acqua calda, riscopre un nucleo d’acqua ancora più calda: i risultati delle scuole del Sud sono mediamente inferiori a quelli delle scuole del Nord. La sensazionale scoperta rimbalza dalla carta stampata a TV e web, dando l’abbrivio a politici e personalità della Nazione per roboanti dichiarazioni, con infinite variazioni su due temi dominanti: «È ora di finirla, adesso basta» e «Ora che ci siamo noi tutto cambierà». Altro leitmotiv del concerto: «L’INVALSI è utilissimo e imprescindibile». Quasi che che i quiz INVALSI fossero somministrati solo per giustificare l’esistenza dell’INVALSI stesso.

La Scuola non funziona, ma per fortuna c’è l’INVALSI

Il Ministro Bussetti, oltre a puntar l’indice sui consueti “innegabili segnali di preoccupazione” e sugli “spunti di immediato intervento migliorativo”, ribadisce la propria granitica fede nei test e nell’”Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione”, definendolo «Strumento che consente di avere una foto articolata e dettagliata del nostro lavoro, e di analizzare eccellenze e criticità del sistema per realizzare azioni puntuali ed efficaci». Nemmeno una sillaba, ovviamente, che ricordi le criticità dello strumento, rilevate fin dalla sua nascita (or son 20 anni) da una sconfinata letteratura, frutto di menti  — tanto per fare un nome — del calibro di un Giorgio Israel.

INVALSI: basta la parola!

Bisogna però ammettere che l’utilità del sistema INVALSI è decantata anche da una personalità assolutamente insospettabile di parzialità: la presidente dell’INVALSI, Anna Maria Ajello. La quale non può non ammettere che i dati rilevati dall’Istituto «confermano delle cose che sappiamo». Però non perde l’occasione per ricordare che i progressi degli studenti in inglese sono merito dell’INVALSI stesso: infatti «Avere acceso i riflettori su questa disciplina, facendola diventare oggetto di prova INVALSI, in realtà ha fatto in modo che si prestasse attenzione ad aspetti tradizionalmente trascurati». Insomma, l’INVALSI come farmaco («basta la parola», diceva un vecchio spot pubblicitario) per migliorare le “prestazioni” degli studenti. Difatti «I dati dell’INVALSI offrono molte informazioni dettagliatissime su cosa funziona, dove funziona; e cosa non funziona e dove». Come se gli insegnanti, pur lavorando sul campo, tutto ciò non lo sapessero già.

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Gli studenti amano l’INVALSI

Inoltre — Ajello dixit — gli studenti della quinta superiore «avevano anche l’opportunità di non farla» (la prova Invalsi) «dal momento che non era più un prerequisito per l’accesso all’esame di maturità. E invece hanno scelto di farla».

Eppure è risaputa una certa premura in tutta Italia per indurre docenti e studenti a considerare le prove INVALSI, se non obbligatorie, indispensabili. Il che è confermato da articoli di stampa come quello di Scuolazoo del 9 maggio scorso, che testualmente dichiarava quanto segue: «In vista della Maturità 2019, tutti gli alunni non vogliono mettersi in situazioni scomode che possano compromettere l’ammissione all’Esame di Stato. Le INVALSI, anche per i maturandi, sono obbligatorie ma l’assenza durante le prove non pregiudica l’ammissione in nessun modo. Ovviamente vi consigliamo di evitare l’assenza così da non impelagarvi in recuperi».

Chi accetta i quiz è maturo

Come sempre in Italia, la confusione sulle norme ha il risultato di indurre una paura sociale che è di per sé elemento di distorsione dei risultati, onde poter interpretare i risultati stessi nel modo più comodo per chi ha la voce più grossa. Fatto ben noto ad Ajello stessa, la quale, tuttavia, definisce i nostri studenti «non influenzabili dal suggerimento del docente o dei genitori», per il solo fatto di aver eseguito i test INVALSI. E aggiunge che, svolgendo le prove, gli studenti italiani hanno dimostrato di non essere «ragazzi evanescenti che non assumono responsabilità», né «bambinoni un po’ troppo cresciuti», ma di sapersi assumere le proprie responsabilità in vista dei continui esami universitari (esami che però, si potrebbe aggiungere, non sono tenuti da un supremo ente governativo come l’INVALSI, ma da docenti universitari in regime di libertà d’insegnamento). E questo sarebbe, secondo Ajello, “un buon indizio della maturità dei nostri studenti”.

Il sottotesto è: «Se accetti i quiz INVALSI sei maturo, altrimenti non lo sei». E questo non sarebbe condizionamento. Con buona pace di una delle regole più elementari della logica (che nelle scuole italiane si insegna): quella secondo cui un ragionamento che proceda da premesse errate arriverà a conclusioni false. Come è falso che, siccome d’inverno piove, ogni volta che piove è inverno.

Domande irriverenti

Nella testa dei docenti — gli unici aventi titolo a parlare di Scuola e gli unici giammai ascoltati — ronzano molti interrogativi. Tra i quali il seguente: da un Istituto vigilato dal MIUR, adibito a preparare verifiche rigorose sull’apprendimento degli studenti, a studiarne gli esiti, a far evolvere la valutazione del sistema scolastico e delle scuole, nonché a gestire la partecipazione italiana alle verifiche internazionali sulla qualità dei sistemi scolastici, non ci si potrebbe attendere qualcosina in più?

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