In questi giorni in cui i campionati europei di nuoto e di atletica portano alla ribalta atlete e atleti che fanno appassionare ed esaltare gli sportivi (e non solo) italiani non si può non notare che molti di questi atleti sono tricolori in senso più ampio rispetto al verde bianco e rosso della bandiera nazionale.
Immigrati bambini dall’Ucraina (Dariya Derkach), figlie di coppie miste (Nadia Battocletti), bambini cresciuti nella scuola con i loro compagni italiani (Fausto Desulu, genitori nigeriani, nato a Sabbioneta). Italiani come Gianmarco Tamberi. E questo solo per stare alla serata di ieri a Birmingham, dove si stanno tenendo i campionati europei di atletica. Ma non va diversamente se ci spostiamo, ad esempio, ai campionati di nuoto a Parigi con l’immensa Sara Curtis.
Che cosa unisce tutti questi elementi? Innanzitutto la scuola. E poi la decisione, la scelta dell’Italia e della comunità nella quale si è nati o cresciuti come propria casa. E oggi al Corriere proprio Dariya Derkach riassume perfettamente il tutto quando dichiara: “a scuola ero la straniera: vinsi una gara e trovai gli amici. L’Italia è casa mia”.
E sempre sul Corriere di oggi appare un editoriale decisamente più riflessivo rispetto alle prese di posizione delle ultime settimane.
Francesco Billari, statistico specializzato in demografia e rettore dell’Università Bocconi firma un approfondimento intitolato “L’Italia deve pensare al futuro” dove affronta due temi cui Tecnica della scuola dedica da sempre grande attenzione: la crisi demografica e l’immigrazione.
Quasi commentando i fatti di queste settimane Billari scrive che “farsi trasportare unicamente dall’emergenza, polarizzare il dibattito solo sul qui e ora, è un errore molto grave. Ci porta ad abbandonare il pensiero, la discussione, il dibattito sul nostro futuro”. Occorre invece trasformare “l’emergenza in opportunità: quella di discutere sull’immigrazione, sull’integrazione, sul futuro della popolazione Europea e Italiana in particolare”.
A partire dai dati sulla natalità in Italia e in Europa scrive che “l’immigrazione regolare è indispensabile. Ne è consapevole anche il nostro governo, che ha previsto quasi mezzo milione di ingressi tra il 2026 e il 2028 attraverso il decreto flussi. Che si aggiungono ai movimenti interni all’Ue: la Romania con più di un milione di residenti è il primo paese di provenienza degli stranieri residenti in Italia”.
Ma governare i processi migratori implica due priorità.
“La prima è una strategia di lungo periodo per gli ingressi regolari. Il decreto flussi è figlio di un mondo che non esiste più: si voleva attrarre un singolo lavoratore, che potrebbe voler andare anche altrove, per uno specifico posto di lavoro che poi magari sparirà. Nella competizione globale, le politiche per un’immigrazione regolare devono invece mirare ad attrarre, non a respingere, le persone che desideriamo”.
La seconda priorità è quella dell’integrazione, intesa però non come assimilazione all’Occidente, come va di moda dire in questi mesi. E da dove iniziare? Dalla scuola, appunto: “l’integrazione previene le emergenze «a casa nostra», cominciando dalla scuola, in crisi oggi non essendo stata pensata veramente a misura di bambine e bambini che non parlano l’italiano o che non possono essere aiutati dai genitori. Soprattutto nelle aree più economicamente avanzate del Paese. Ma è anche accesso alla cittadinanza. La strategia per gli ingressi regolari, per attrarre chi desideriamo e chi si vuole stabilire in Italia, deve anche prevedere una via plausibile alla cittadinanza italiana. Creare giovani orgogliosi di essere italiani è una grande garanzia per il futuro di una famiglia e di un Paese “.
Giovani orgogliosi di essere italiani e che si sentono a casa propria in Italia. Che collaborano a costruirne il futuro guardando in avanti e non all’indietro.
Giovani che possano dire come Dariya Derkach: “l’Italia è casa mia”.
Casa mia come spazio condiviso con tutte le differenze che lo abitano e lo co-costruiscono.
La scuola è il primo di questi spazi.
E ha ragione Billari a dire che la scuola non è pronta: non è mai stata davvero pensata per bambini (immigrati) che non parlano italiano o per bambini (e in questo caso non si parla solo di bambini stranieri) che non possono essere aiutati dai genitori.
Una scuola come laboratorio di un futuro condiviso.
E per questo l’invito del rettore della Bocconi è davvero una boccato di ossigeno in questa estata caldissima, e non solo dal punto di vista climatico: “una politica orientata al futuro sull’immigrazione non è di destra né di sinistra. Se non pensiamo al lungo periodo, all’immigrazione regolare che desideriamo, visto che ne abbiamo bisogno per la nostra demografia, continueremo ad affrontare emergenze senza strumenti. Confondendo l’emergenza con la realtà, e discutendo di aspetti francamente secondari come i centri in Albania. Un disegno coerente sulla regolarità, tra l’altro, darebbe anche maggiore efficacia alle risposte contro l’irregolarità. Non lasciamo che questa ennesima crisi venga sprecata, e iniziamo a discutere del nostro futuro”.
Francesco Billari, statistico specializzato in demografia e rettore dell’Università Bocconi firma un approfondimento intitolato “L’Italia deve pensare al futuro” dove affronta due temi cui Tecnica della scuola dedica da sempre grande attenzione: la crisi demografica e l’immigrazione.
Quasi commentando i fatti di queste settimane Billari scrive che “farsi trasportare unicamente dall’emergenza, polarizzare il dibattito solo sul qui e ora, è un errore molto grave. Ci porta ad abbandonare il pensiero, la discussione, il dibattito sul nostro futuro”. Occorre invece trasformare “l’emergenza in opportunità: quella di discutere sull’immigrazione, sull’integrazione, sul futuro della popolazione Europea e Italiana in particolare”.
A partire dai dati sulla natalità in Italia e in Europa scrive che “l’immigrazione regolare è indispensabile. Ne è consapevole anche il nostro governo, che ha previsto quasi mezzo milione di ingressi tra il 2026 e il 2028 attraverso il decreto flussi. Che si aggiungono ai movimenti interni all’Ue: la Romania con più di un milione di residenti è il primo paese di provenienza degli stranieri residenti in Italia”.
Pensare al futuro: l’invito del Rettore della Bocconi
Ma governare i processi migratori implica due priorità.
“La prima è una strategia di lungo periodo per gli ingressi regolari. Il decreto flussi è figlio di un mondo che non esiste più: si voleva attrarre un singolo lavoratore, che potrebbe voler andare anche altrove, per uno specifico posto di lavoro che poi magari sparirà. Nella competizione globale, le politiche per un’immigrazione regolare devono invece mirare ad attrarre, non a respingere, le persone che desideriamo”.
La seconda priorità è quella dell’integrazione, intesa però non come assimilazione all’Occidente, come va di moda dire in questi mesi. E da dove iniziare? Dalla scuola, appunto: “l’integrazione previene le emergenze «a casa nostra», cominciando dalla scuola, in crisi oggi non essendo stata pensata veramente a misura di bambine e bambini che non parlano l’italiano o che non possono essere aiutati dai genitori. Soprattutto nelle aree più economicamente avanzate del Paese. Ma è anche accesso alla cittadinanza. La strategia per gli ingressi regolari, per attrarre chi desideriamo e chi si vuole stabilire in Italia, deve anche prevedere una via plausibile alla cittadinanza italiana. Creare giovani orgogliosi di essere italiani è una grande garanzia per il futuro di una famiglia e di un Paese “.
Giovani orgogliosi di essere italiani e che si sentono a casa propria in Italia. Che collaborano a costruirne il futuro guardando in avanti e non all’indietro.
Giovani che possano dire come Dariya Derkach: “l’Italia è casa mia”.
Casa mia come spazio condiviso con tutte le differenze che lo abitano e lo co-costruiscono.
La scuola è il primo di questi spazi.
E ha ragione Billari a dire che la scuola non è pronta: non è mai stata davvero pensata per bambini (immigrati) che non parlano italiano o per bambini (e in questo caso non si parla solo di bambini stranieri) che non possono essere aiutati dai genitori.
Una scuola come laboratorio di un futuro condiviso.
E per questo l’invito del rettore della Bocconi è davvero una boccata di ossigeno in questa estata caldissima, e non solo dal punto di vista climatico: “una politica orientata al futuro sull’immigrazione non è di destra né di sinistra. Se non pensiamo al lungo periodo, all’immigrazione regolare che desideriamo, visto che ne abbiamo bisogno per la nostra demografia, continueremo ad affrontare emergenze senza strumenti. Confondendo l’emergenza con la realtà, e discutendo di aspetti francamente secondari come i centri in Albania. Un disegno coerente sulla regolarità, tra l’altro, darebbe anche maggiore efficacia alle risposte contro l’irregolarità. Non lasciamo che questa ennesima crisi venga sprecata, e iniziamo a discutere del nostro futuro”.