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Prima Ora - Notizie del 28 luglio

28.07.2026

Calo demografico: record storico nel 2025. I nati sono scesi a 355 mila, mai così pochi dal dopoguerra ad oggi. Sempre più a rischio i servizi educativi e scolastici

L’Italia, come gran parte dei Paesi economicamente avanzati, sta affrontando una profonda crisi demografica caratterizzata dal continuo calo delle nascite.
Le cause sono molteplici e si intrecciano fra loro.

I dati più recenti – riepilogati in un bel report pubblicato nel sito “La discussione” – mostrano una situazione preoccupante: nel 2025 sono nati circa 355.000 bambini e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Questa tendenza, iniziata da molti anni e aggravata dalla riduzione della popolazione femminile in età fertile, mette a rischio la sostenibilità del sistema di welfare, del mercato del lavoro e dell’equilibrio tra le generazioni.
E’ ovvio che la prima conseguenza immediata riguarda la scuola ed ormai la chiusura di scuole e classi è un fenomeno diffuso in tutto il Paese.

Di fronte a questa sfida non esistono soluzioni immediate. Nessun provvedimento può invertire in poco tempo una tendenza costruita nell’arco di decenni.
Tuttavia, negli ultimi anni sembra che si stia avviando una strategia più organica di sostegno alle famiglie, che supera la logica degli interventi frammentari e considera la genitorialità come una priorità nazionale. L’obiettivo non è soltanto fornire aiuti economici, ma costruire un sistema stabile di tutele, servizi e opportunità capace di rafforzare la fiducia delle famiglie nel futuro.

Un punto centrale del dibattito riguarda il rapporto tra natalità e povertà. Sebbene le famiglie con figli siano più esposte a difficoltà economiche, soprattutto quelle numerose o monogenitoriali, non si può affermare che siano i figli a generare povertà. Al contrario, sono la precarietà del lavoro, i redditi insufficienti, la difficoltà di accesso alla casa, la carenza di servizi e la penalizzazione professionale delle madri a rendere più difficile la scelta di avere figli.
“Il compito delle istituzioni – spiega “La Discussione” – è quindi ridurre questi ostacoli, evitando che la nascita di un bambino comporti una perdita significativa di reddito o di opportunità lavorative.

In questa prospettiva si collocano le principali misure introdotte o rafforzate negli ultimi anni. L’Assegno unico e universale costituisce il pilastro fondamentale del sostegno alle famiglie, accompagnando la crescita dei figli fino alla maggiore età e modulando l’importo in base alla situazione economica del nucleo familiare. Accanto a esso si collocano gli interventi a favore delle madri lavoratrici, i congedi parentali più generosi, il congedo di paternità, il Bonus asilo nido e il Bonus nuovi nati. Queste misure non devono essere considerate singolarmente, ma come parti di un’unica strategia volta a sostenere il reddito familiare, favorire la conciliazione tra vita e lavoro e promuovere una maggiore condivisione delle responsabilità di cura.

La strategia di sostegno alle famiglie deve comprendere anche una particolare attenzione alle situazioni più fragili. Le famiglie con figli con disabilità beneficiano di maggiorazioni economiche, permessi retribuiti, congedi specifici e nuove procedure orientate a semplificare il rapporto con le amministrazioni. Parallelamente viene riconosciuto il ruolo fondamentale dei caregiver familiari, spesso donne, che svolgono un lavoro di cura essenziale per la coesione sociale e il benessere delle persone più vulnerabili.

Un ulteriore elemento di questa visione riguarda il valore degli anziani e il rapporto tra le generazioni. In una società che invecchia, i nonni dovrebbero rappresentare una risorsa preziosa per le famiglie, contribuendo con esperienza, sostegno affettivo e aiuto concreto nella crescita dei bambini. Per questo motivo le politiche per la natalità vanno inserite in una prospettiva più ampia che comprende anche il sostegno alla domiciliarità degli anziani, la non autosufficienza e il rafforzamento delle reti familiari e comunitarie.

Nel concreto, il contrasto alla denatalità richiede una visione di lungo periodo. La scelta di avere un figlio dipende dalla stabilità economica, dalla qualità del lavoro, dall’accesso ai servizi, dalla presenza di reti familiari e sociali e dalla fiducia nel futuro.

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