Che Pasqua è questa? Quella in cui abbiamo dovuto ammettere che l’umanità è condannata, a tempi alterni, a ricadere negli assurdi errori del passato. La Pasqua dominata dalla consapevolezza che il destino dei popoli dipende da capi volubili ed irresponsabili, disposti a procurare di nuovo al genere umano distruzione, vittime, oceani di sofferenza.
“Nella guerra siamo tutti perdenti”, affermava papa Francesco. Proprio così. Una guerra è l’esperienza collettiva più stupida ed assurda che esista. Quando si dice “guerra” noi evochiamo due tipi di scenari: quello degli spettatori televisivi che assistono ad essa da lontano e quello della gente e dei soldati coinvolti, i quali soffrono interminabili periodi di paura e disagio, di fame e di freddo, dentro sistemazioni abitative in cui noi non passeremmo un solo giorno. A tutto questo si aggiungono il terrore dei bambini, il ménage insostenibile degli anziani e dei malati, lo smembramento delle famiglie, la violenza subita dai civili, soprattutto dalle donne.
Inoltre, occorre capire una cosa: la guerra non è fatta solo di bombardamenti e distruzione, ma anche di un generale degrado morale che fa emergere, nell’umanità, crudeltà, rancore, desiderio di rivalsa. Permette che vengano alla ribalta i sentimenti peggiori e gli individui peggiori. Il che significa che un conflitto inizia quando sembra finito: con l’inaridimento dei cuori e gli strascichi di violenza e di vendetta, con le epidemie che fanno molte più vittime delle bombe e delle cannonate. Ma la cosa più terribile, sapete qual è? Nel momento in cui questa guerra finirà, tutti penseremo che i conflitti sono inevitabili. Se non riusciamo a fermare questa guerra, non ne fermeremo nessun’altra in futuro.
Ammettiamolo: l’ora è grave. Nel cuore di tutti aleggia, in questo momento, uno strano presentimento, la sensazione che si preparino sofferenze indicibili, molto terribili per chi, come noi, è abituato, da cinquant’anni, ad un’esistenza facile ed opulenta, alla libertà senza limiti, alla logica declamata dei diritti. Risuonano ammonitrici le parole del Concilio: “In questi nostri anni, l’umanità è giunta ad un momento sommamente decisivo (‘in horam summi discriminis’)” (GS 77). “Sappiano gli uomini di questa età che dovranno rendere severo conto dei loro atti di guerra, perché il corso dei tempi futuri dipenderà in gran parte dalle loro decisioni di oggi” (GS 80).
Recentemente, il ministro della difesa Guido Crosetto ha usato, in Parlamento, questa espressione: “Siamo sull’orlo di un abisso”. Mi chiedo: facciamo ancora in tempo ad evitare di cadere in questo abisso? Speriamo di sì. Esistono, tuttavia, nei conflitti in atto, rischi reali di un’escalation dovuta ad incidenti non previsti. In ogni caso, come affermano gli esperti, non aspettiamoci necessariamente un conflitto totale, magari nucleare, dal momento che, grazie all’esperienza delle due guerre mondiali del Novecento, le parti in causa hanno compreso che una guerra, specie se combattuta con armi nucleari, comporterebbe la distruzione reciproca.
Oggi dovremmo piuttosto temere qualcosa che viene denominata “guerra ibrida”, non meno devastante e destabilizzante. Essa consiste in una combinazione di operazioni militari convenzionali ed operazioni irregolari o clandestine: forze speciali non dichiarate, attacchi informatici contro infrastrutture, banche, reti energetiche o sistemi statali, sanzioni, blocchi commerciali, strumentalizzazioni di crisi sociali interne ad un paese.
Un motivo di speranza: c’è ancora nel mondo chi continua a credere nel significato positivo dell’uomo e della vicenda umana. Sono convinto che gran parte dell’umanità conservi una profonda aspirazione all’armonia personale ed alla fraternità universale e che la maggior parte dei ragazzi di oggi, pur adeguandosi ad una vita al ribasso, chieda profondità, spazi di riflessione, discernimento.
Occorre ripartire dall’educazione. Occorre, come afferma papa Leone, “disegnare nuove mappe di speranza”. Educare ai linguaggi non violenti, alla riconciliazione, alla costruzione di ponti e non di muri. “Tutti parlano di pace – ebbe a scrivere Maria Montessori – ma nessuno educa alla pace. A questo mondo si educa per la competizione e la competizione è l’inizio della guerra. Quando si educherà per la cooperazione e per la solidarietà, quel giorno si starà educando per la pace”.