Home I lettori ci scrivono Luigi Di Maio e gli scioperi “sempre di venerdì”: alcune riflessioni

Luigi Di Maio e gli scioperi “sempre di venerdì”: alcune riflessioni

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Luigi Di Maio, capo politico del Movimento Cinque Stelle, ex ministro del Lavoro ed attuale ministro degli Esteri non perde occasione per sottolineare che il Movimento (o Di Maio?) non è “né di destra né di sinistra”.

Affermazione che farebbe sospettare a chiunque abbia una qualche idea della storia politica del nostro Paese che il Movimento (o Di Maio?) abbia un’anima destrorsa, tendenzialmente qualunquista e pronta a far proprie le opinioni di quei cittadini di “buon senso”, che non stanno a guardare per il sottile quando si tratta di esprimere un’opinione: tanto, sono guidati appunto dal “buon senso”, che spesso confina con il mero conformismo. Non si ripeterà mai abbastanza: il successo elettorale di Di Maio e dei suoi è stato determinato dall’aver colto lo scontento conformista che anima molti italiani, digiuni di politica e portati a credere che il motto “onestà, onestà” possa sostituire un programma di governo.

Oggi Di Maio è venuto allo scoperto: in una giornata in cui, per diverse ragioni tutte legate a problemi concreti ed urgenti, aveva luogo lo sciopero generale indetto da CUB, Sgb, Si Cobas e Usi Cit (e a questo si affiancava lo sciopero di 4 ore indetto nei trasporti da  Cgil, Cisl, Uil e Ugl) il nostro ministro degli Esteri ha avuto modo di pronunciare la seguente frase: “Sono stato ministro del Lavoro e sostengo sempre tutte le manifestazioni sul diritto del lavoro. Però questa storia che alcuni sindacati fanno sempre sciopero il venerdì per il weekend lungo mi sembra ormai una questione che è indecente”.

La tribuna da cui partiva il proclama era cabarettistica (il programma radiofonico Un giorno da pecora) ma di divertente le parole di Di Maio non hanno proprio nulla È bene sperare che i nostri politici tornino in fretta con i piedi per terra: chi sciopera reclama diritti che vede conculcati e rinuncia, in ogni caso, al pagamento di una giornata di lavoro. Visto che le retribuzioni in Italia sono ridicolmente basse, rinunciare mediamente a 70 euro in busta paga non è sacrificio da poco. Per limitarci alla scuola, i Governi che si sono avvicendati tra il 2007 ed il 2018 hanno avuto il coraggio di tener fermi per un decennio gli stipendi di questi lavoratori, per poi sottoscrivere un contratto che ha portato un incremento del 3,48%; contratto scaduto quasi da un anno e che ci si avvia a rinnovare a costo (quasi) zero.

È chiaro che questa, per Di Maio, non è una ragione sufficiente per scioperare. Accanto alla miseria salariale stanno poi altri problemi seri: la precarietà, le condizioni di lavoro, la mancanza di democrazia sindacale, l’inadeguatezza e la mancanza di sicurezza degli edifici scolastici. L’elenco può continuare ed ogni categoria ha il suo cahier de doléancesfitto fitto, pronto da presentare a chi voglia ben governare il nostro Paese. Lo sciopero lancia l’allarme, mette in evidenza lo stato di disagio lavorativo, protesta contro le ingiustizie in nome di un mondo più equo, in cui i lavoratori non siano esposti al rischio, sfruttati e sottopagati.

Di Maio (e Raggi, anch’essa pronta a lanciar anatemi sugli scioperanti) pensa invece che lo sciopero sia un atto gratuito, nato dal mancato rispetto per gli “altri”. Ma lo sciopero è diritto costituzionalmente garantito, ed già molto imbrigliato, nei servizi pubblici essenziali, da una severa normativa “antisciopero”. Infine, la cosa davvero offensiva, puerile, grottesca è che Di Maio possa immaginare che lo scopo di uno sciopero sia il “week end lungo”. Deve trattarsi di un effetto collaterale del non essere “né di destra né di sinistra” o forse la versione contemporanea del “S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche”.

L’infelicissima battuta sui “week end lunghi” la dice lunga sulla sensibilità sociale della nostra classe politica, affetta non da populismo ma da pura e semplice demagogia, che fa sì che un giovane uomo poco più che trentenne non esiti ad appropriarsi di uno sciocco luogo comune che chiunque di noi può sentire al bar, dalla bocca di anziani brontoloni o di perbenisti arroganti ed ignoranti di ogni età.

Giovanna Lo Presti